Essere blogger in Italia

Mentre spesso circolano dei pipponi esagerati sull’utilità dei blog in giro ci sono anche tanti bambini digitali che se ne fregano e continuano a scrivere.

Anche se ho sempre detestato il termine blogger usato come aggettivo o distinguo, una delle iniziative editoriali che sto apprezzando molto è la serie del Corriere del Mezzogiorno “Essere blogger a” in città come Napoli e Palermo. I blogger vengono intervistati in maniera originale, non si parla soltanto dei loro blog ma anche della loro vita, cosa fanno, cosa pensano.

Il blog dunque diventa soltanto un accessorio come un altro per esprimere non più il proprio ego ma le passioni più genuine, la voglia di condivisione, sapere, cambiamento. Come Corrado di Vigopensiero, un agronomo siciliano che scrive quasi 100 post al mese e che se ne frega di Google e della SEO: a lui basta coltivare la sua terra, vendere le sue arance rosse e occuparsi delle spinosissime questioni degli agricoltori siciliani. Con un blog al posto di un forcone.

Free Amina

Amina Abdullah ha 26 anni, è nata in Usa ma vive in Siria poichè il padre è siriano. Insegna inglese ed è omosessuale: da qualche mese ha aperto il blog “A Gay Girl in Damasco” diventato quasi un simbolo di protesta contro il regime di Assad che taglia Internet a suo piacimento. Il blog di Amina non parla tanto di politica ma delle sue avventure sentimentali di una ragazza con altre ragazze in un Paese difficile dove secondo Amina ci sono più gay di quanti se ne possano immaginare. Amina ha alcuni parenti nel Governo eppure è stata accusata di essere una spia internazionale. Continue reading

La rivoluzione può partire dai blogger?

No, almeno qui in Italia. E lo dimostra il fatto che nonostante il nostro sia un Paese di blogger e scrittori (pessimi?) la società civile non è messa bene. E all’estero? Probabilmente si.

Mi hanno colpito due cose: la prima è questa immagine di blogger egiziani a Tahrir Square che con i loro laptop informavano gli altri cittadini ed il mondo esterno.

La seconda è l’utilizzo di Twitter monitorato dall’Al Jazeera Twitter Dashboard che misura la quantità dei messaggi: e se fosse in grado in futuro di valutarne anche la qualità geolocalizzando i tweet?

La domanda del titolo del post è palesemente provocatoria ma se vuoi sostituisci pure la parola “rivoluzione” con “informazione”: è veramente dal basso e partecipata solo quando c’è un sentimento comune vicino alla denuncia, al racconto. Tutto il resto del citizen journalism è troppo spesso business – a volte neanche tanto – etico.