
Afghan Heroes è una associazione composta da un gruppo di madri inglesi che raccoglie fondi per le famiglie dei caduti nella missione in Afghanistan. I soldati inglesi morti in Afghanistan sono ad oggi più di 210, non voglio fare la conta con quelli italiani perchè fare una gara al “chi ha meno morti” sarebbe squallido ed orribile.
Mi ha molto colpito invece la storia raccontata dal Daily Mail sulle ultime foto scattate da William Aldridge, il militare inglese più giovane morto a causa di una bomba: William aveva la passione per la fotografia e portava con se la sua macchina digitale. La memory card è incredibilmente sopravvissuta all’esplosione ed ecco spuntare le foto.
Questi volti e queste storie sono simili a quelli dei ragazzi italiani morti a Kabul, a chi lotta ogni giorno con la morte, con l’ansia e la paura che un evento terribile squarci la già assurda quotidianità. Da qui dietro al nostro bel computer è facile discettare su come esportare democrazia e civiltà in un Paese del quale non conosciamo nulla.
A fatica riusciamo a difendere, mantenere e coltivare i diritti fondamentali tra le nostre mura. A cosa serviranno questi morti? A creare nuovi martiri e santi da venerare? Quando tra 20 anni guarderai di nuovo queste foto ti sembrerà giusto aver combattuto e lottato? Come si può pretendere di creare (imponendolo inoltre dall’esterno e con la forza) un sentimento di unione e rispetto in Afghanistan se da anni non si fa un censimento e non si conosce bene neanche da quali etnie è composta la popolazione?
Cito Wikipedia:
La Dichiarazione sul diritto dei popoli alla pace, adottata dalla Assemblea Generale delle Nazioni Unite sottolinea che:
“per garantire l’esercizio del diritto dei popoli alla pace, è indispensabile che la politica degli stati tenda alla eliminazione delle minacce di guerra, soprattutto di quella nucleare, all’abbandono del ricorso alla forza nelle relazioni internazionali e alla composizione pacifica delle controversie internazionali sulla base dello Statuto delle Nazioni Unite.”
E ancora:
La pace positiva e’ l’assenza di ogni forma di violenza strutturale, di quella violenza cioè, più o meno nascosta, subdola, indiretta, ma non per questo meno grave o lesiva, che caratterizza i rapporti sociali ed economici, che opprime l’individuo, viola i diritti fondamentali e impedisce di esprimere pienamente le potenzialità personali. In definitiva la pace positiva coincide con l’assenza di ingiustizia sociale e più in generale, di sfruttamento umano.
Secondo quest’ottica in Afghanistan viene a mancare più di un presupposto alla base della cultura della pace: si commette lo stesso errore quando si pensa che per combattere la camorra basta impiegare l’esercito nelle strade di Napoli. La storia che molto del sangue versato sia “targato NA” poi, caro Roberto, è in questo momento fuori luogo. Lo stereotipo del “ragazzo meridionale che sceglie la carriera militare” perchè questa terra non offre altro ha stancato.
Napoli non è Kabul e Kabul non è più Napoli: dal 1979 Kabul ha cambiato volto, fu trasformata dai russi in centro di comando militare. La cultura viene accontonata, il territorio diventa selvaggio, come in una savana vince chi è più forte e scaltro. Evitare le autobombe da quelle parti non è uno sport: se i giovani afghani invece che frequentare la Kabul University hanno come obiettivo quello di imbottirsi di tritolo evidentemente c’è qualcosa di più grave ed importante dell’assenza della democrazia e del regime stesso dei talebani.
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