Con la stampa si guadagna di più

Massimo Russo ha fatto le pulci a Il Post di Luca Sofri dopo i primi mesi di vita e pare che le cose non vadano bene. Eppure si diceva che i giornali di carta erano morti, che ci sarà la rivoluzione dei formati, l’iPad, le cavallette!

Ancora no. Sembra che agli editori non conviene far pagare l’online. Perchè?

Secondo uno studio della Enders Analysis, il ricavo medio per un abbonato all’ edizione online del Times.co.uk o del WSJ.com è esattamente un quarto di quello degli abbonamenti alle loro edizioni a stampa.
la chiusura delle rotative, dopo l’ ipotetico raggiungimento della soglia di passaggio stampa-digitale, potrebbe salvare solo il 25% dei costi totali – ma non sarebbe abbastanza per colmare il gap con il minore introito dell’ online.

Eppure in questo autunno è prevista una ondata online di nuovi siti di news. C’è spazio veramente per tutti in Italia?

Via [Lsdi]

Author: Dario Salvelli

Growth Hacker, Digital Marketing expert. I work as the Global Social Media Manager of Automobili Lamborghini. Contact me

2 thoughts on “Con la stampa si guadagna di più”

  1. Sono solo parzialmente d’accordo, conoscendo bene sia il settore editoriale tradizionale sia il web italiano (se non altro perchè collaboro a testate cartacee e online almeno dal 1998, nel frattempo avendo preso il “pezzo di carta” anche da giornalista pubblicista che a nulla serve se non a poter ricoprire l’incarico di direttore editoriale… ma sull’inutilità dell’albo dei giornalisti, pubblicisti e professionisti, dovremmo aprire un post a parte).

    L’informazione in Italia soffre non da oggi l’assenza di editori puri; gli editori attuali sono altro (banchieri, venditori di pneumatici o abbonamenti telefonici, proprietari di reti televisive e politici…) ed utilizzano le testate a fini politici e/o di relazione più che investirvi in termini “industriali” (nel senso dell’industria dell’informazione). Il risultato è la tendenza a concentrare i ricavi sui ricavi pubblicitari (i ricavi diffusionali pesano sempre meno… la gente è stanca di leggere notizie sempre uguali e copiate-incollate dalle agenzie stampa, l’avvento dei free press ha mostrato anche a chi non è avvezzo a internet e segue poco i tg televisivi che si può avere una parvenza di informazione anche “aggratis”) e la compressione dei costi quanto più possibile.

    Senza arrivare ai casi (che mi è capitato di vedere) di chi “investe” in un settimanale perchè spera di piazzare abbonamenti grazie a una valigia in similpelle comprata per 1 dollaro a Singapore (l’abbonamento essendo venduto a 100-150 euro l’anno contro i 3-5 euro del prezzo “pieno” di copertina) e a quel punto, facendo i soldi sull'”omaggio”, riduce all’osso la redazione e i relativi costi… senza arrivare a questo (che pure è capitato ripeto) o a chi, a Napoli e non solo, riempie le redazioni di stagisti e giornalisti ex-cassintegrati (perchè così ha agevolazioni fiscali e… di nuovo riduce i costi) è chiaro che la qualità del prodotto-cartaceo è l’ultimo o quasi dei problemi per la maggioranza delle testate italiane.

    Sul web… sul web è peggio, perchè al 90% si cade o nei blog più o meno autorevoli, brillanti, dotati di buona visibilità ma inevitabilmente legati all’estro, fantasia, esperienza e… disponibilità di tempo oltre che economiche di un singolo writer (non necessariamente un “giornalista”), dunque dal respiro decisamente più ridotto di una struttura redazionale, oppure si va spesso a realizzare un prodotto che, non dissimilmente da quello cartaceo, vive di introiti pubblicitari, tenta di minimizzare i costi di produzione… e al 99% evita di parlar male di questo o di quello “perchè sennò ci leva la pubblicità e come campiamo?” (anche questi ragionamenti li ho sentiti tante volte di persona…).

    All’estero non è esattamente così, con alcune testate importanti che stanno o lanciando minisiti tematici (il Financial Times ad esempio), a pagamento, o stanno riorganizzando la propria redazione attorno a competenze web (e quindi i desk non son più i “classici” cronaca, economia, cultura, politica etc ma organizzati per coprire 24/7 il ciclo delle notizie, diffondendole in rete, con conseguente riorganizzazione dei turni di lavoro e spesso anche della dislocazione “fisica” dei giornalisti).
    Non è un’impresa semplice peraltro, stante la mala erba del “free”, che secondo il mio modesto parere è una illusoria libertà legando di fatto mani e piedi ogni iniziativa alla raccolta pubblicitaria (dai pochi euro di Adsense alle migliaia di dollari di alcuni inserzionisti “di prestigio” che di solito si agganciano essendo già in essere rapporti consolidati “sulla carta”).

    Insomma: finchè la qualità dell’informazione non vale nulla la gente non sarà disposta a pagare, ma finchè non ci sarà qualcuno disposto a pagare nessuno investirà seriamente nell’informazione online (e su carta, almeno in Italia). Con poche eccezioni finora, purtroppo…

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