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Anche Torrentfeak, ormai una bibbia del peer to peer e dei diritti digitali, segnala l’articolo di Punto Informatico a firma di Guido Scorza dal titolo “Non basta un IP per fare un pirata“.

Riguardo la condivisione di materiale protetto di un utente, il PM del Tribunale di Roma ha chiesto l’archiviazione perchè: “non vi è prova certa che l’intestatario della linea telefonica abbinata al PC da cui è partito l’input sia di fatto colui che ha posto in essere la condotta“.
Ed ancora: “nel caso di specie la responsabilità di XXX (l’imputato, ndr) si radicherebbe per il solo fatto di essere costei la proprietaria della linea telefonica a servizio del computer, mentre non vi è prova certa di chi ne abbia fatto uso, specie con le condotte di download che si vorrebbero criminalizzare; onde non appare possibile contestare in fatto all’indagata il reato per cui si procede che potrebbe essere attribuibile ad altri soggetti che facciano uso o abbiano fatto utilizzo anche saltuario del computer sequestrato.”

Lascio ai giuristi un commento esperto: se da una parte mi sembra un passo in avanti dall’altro questo procedimento apre una discussione sempre attuale sull’individuazione delle “eventuali” responsabilità di chi scarica file e su quanto sia volatile e labile il confine tra legalità e condivisione.


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