Come vive un Social Media Manager

Questa vecchia infografica di Socialcast raccontava la triste vita di un social media manager costretto a svegliarsi presto ed a stare sempre connesso a costruire e controllare la reputazione dell’azienda. Come se andare in miniera fosse meno faticoso.

La vita di un responsabile dei social media diventa triste quando:

– non è disponibile al momento giusto e con l’utente già “agganciato”;
– fa troppa auto-promozione ed è eccessivamente autoreferenziale;
– usa troppe piattaforme diverse quasi fosse uno spammer;
– non produce contenuti interessanti e pubblica troppi messaggi;
– risponde in malo modo (non sa fare digital PR) sbagliando anche target di riferimento;
– non ha una strategia ed è penalizzato dal non avere risorse da investire sul cosiddetto web 2.0.

D’altronde tra gestire una campagna di email marketing e fare social media marketing non c’è poi così tanta differenza, cambia solo il mezzo ma alcuni approcci restano inalterati.
Tra gli ultimi progetti interessanti nell’ambito dei social media che ho notato c’è I-RACE di Sky, una sorta di maratona virtuale per avvicinare attraverso la Rete gli italiani a Londra 2012, alle discipline ed agli atleti. A prima vista questa camapagna è nata proprio per evitare tutti gli errori di cui sopra.

Se sei un Social Media Manager pubblica pure le tue difficoltà e racconta come vivi la tua giornata.

Equitalia su Twitter

L’unico luogo in cui forse fanno ridere sono i social network. E’ probabile che sia un fake anche perchè seguono solo Massimo Boldi ma il profilo di Equitalia su Twitter pubblica delle perle favolose. Le riassumo.

Via [FriendFeed]

La magia della Realtà Aumentata di Marco Tempest

Dopo aver usato i dispositivi touchscreen Marco Tempest in questo video usa la magia nella Realtà Aumentata tornata alla ribalta con il Project Glass di Google. Sono sempre stato convinto e quando l’ho trovata utile ho sempre provato a proporre l’augmented reality qui al Sud ma non ci sono mai riuscito.

Tornando a Tempest se dovessi fare un evento per mostrare le potenzialità dell’AR o avere un effetto WOW! dal pubblico è il primo che inviterei. E tu?

Google Play

Tra Google Maps e YouTube (non a caso tra i più usati), la barra di navigazione di Google si arricchisce di un nuovo servizio anche per l’Europa: si tratta di Play, il negozio completo di Google che unisce l’Android market store a Google Music e Google eBookstore. Per ora su Play è possibile acquistare applicazione e giochi ma in seguito fuori dagli Usa anche musica, libri e film: secondo voci non solo si potranno comprare i prodotti cinematografici ma anche noleggiarli.

E così non è più solo Apple contro Google: da un po’ è possibile vendere piccoli articoli su Amazon.it come libri, musica, video, dvd, videogiochi, software e fino al 15 aprile per i primi 3 mesi la vendita di grandi quantità è gratuita. Amazon in Italia non fa dunque soltanto da editore nel mercato degli ebook (la cui sostenibilità per gli autori sarà sempre più complesso) e dei prodotti editoriali ma diventa uno store più completo ed entra in qualche modo in competizione anche con eBay e gli altri portali di annunci.

E così lo scontro si allarga e coinvolge Amazon, Apple ed anche Google che entra nel grande mercato dei contenuti “digitali”: se da una parte per gli utenti questa concorrenza potrà portare dei benifici, dall’altra parte per recuperare il cammino perduto Google potrebbe rischiare di essere fin troppo invasivo e inserire Play in tutti gli altri servizi di Google. Qualche anno fa mi colpì la possibilità di acquistare musica su Google Music direttamente dalla homepage di Google China.

In altre parole non ci vorrà molto a sostituire le “web clip” o gli annunci di AdWords con i suggerimenti di Play sia su Google+ che su Gmail e YouTube.

Friendsheet: il Pinterest di Facebook

Non ho mai parlato di Pinterest per scetticismo poi ci sono progetti come BO.LT probabilmente ancora più ambiziosi e dunque magari ci sarà occasione per fare un confronto.

Poichè guardare le foto su Facebook è una delle cose più interessanti ma attraverso il loro lettore risulta terribilmente scomodo, ho scoperto una applicazione che sembra una sorta di “Pinterest per Facebook”: Friendsheet permette di guardare tutte le foto degli amici di Facebook con una interfaccia simile ai box di Pinterest, non c’è pin che tenga ma i soliti “like” e “comment” di Facebook, non fa nessuna content curation ma permette di aggiungere foto, lo scroll delle foto è verticale e abbastanza veloce.

Insomma non è un concorrente di nessuno dei servizi sopra citati ma ha fatto dei buoni numeri e ci fa riflettere su quanto sia importante insieme alla qualità dei contenuti lo studio dell’interfaccia utente.

The Online User Manifesto – Il Manifesto degli Utenti Online

Quanta acqua è passata dal Cluetrain Manifesto e da quel “i mercati sono conversazioni” che ha visto esplodere una sorta di Weconomy con una rinnovata visione di Internet, dell’informazione e quindi della globalizzazione, del mondo come lo conoscevamo. Con questo marasma di conversazioni e dati, in sostanza soldi e interessi, è nata una certa apprensione verso la protezione della privacy. E’ per questo che la scorsa estate Shel Istrael ha realizzato in 6 punti The Online User Manifesto che ha ripreso qualche giorno fa su Forbes. E’ un po’ un atto d’accusa più che un vero e proprio manifesto.

Ho provato a tradurlo in italiano e spero di esserci riuscito al meglio, aspetto un tuo parere.

 

IL MANIFESTO DEGLI UTENTI ONLINE

 

1. Noi, popolo di Internet, abbiamo dei diritti inalienabili che nessun provider può rimuovere o azzerare. Siamo nati con questi diritti e non ci rinunciamo quando andiamo online. Quando visitiamo il vostro sito continuiamo ad avere questi diritti e dovrete rispettarli altrimenti ne uscirete sconfitti.

2. Avete presunto il diritto di prendere i dati su ciascuno di noi. Li raccogliete, rivendete e decidete per noi cosa vedremo online. Tutto questo lo chiamate “personalizzazione”.

Ci rendiamo conto che sarebbe più facile arginare la marea di un oceano che fermare queste pratiche. Ma voi dovete smettere di farlo in segreto. Supponete una privacy relativa ai nostri dati personali strappandocela, questo deve finire.

Noi, gli utenti, abbiamo il diritto di controllare i dati personali che raccogliete. Abbiamo il diritto di esaminare e analizzare cosa dite e vendete riguardo noi. Abbiamo il diritto di contestare e persino aggiungere nostri commenti. Se farete delle ipotesi, sulla base dei nostri dati, dovrete chiedere il permesso prima di filtrare e modellare i risultati che fornite in nome di una “better user experience“.

3. Nel nome della Personalizzazione siete voi a determinare cosa vediamo quando cerchiamo online. Siete voi a decidere di chi siamo amici, chi seguiamo e chi leggiamo. Siete, senza il nostro permesso, diventati i nostri filtri e censori.

Fate questo autonomamente determinando non solo ciò che ognuno di noi riesce a vedere e conoscere ma anche quello che gli altri riescono a vedere e sapere di noi.

Questo non è giusto. Chiediamo il diritto a Partecipare al contenuto che vediamo prima che lo manipolerete.

4. Dal punto di vista legale siete abili a pararvi il sedere con caratteri in corpo 6 e termini in legalese che molti di noi non leggono e non possono capire. Se per voi è necessario usare un linguaggio di questo tipo allora dovrete sviluppare delle sintesi esecutive con termini chiari e semplici di ciò che viene detto.

5. Selezionate per noi il contenuto che pensate ci piacerà. Quello che di noi vi avvantaggia e credo sarà così a lungo, è che noi siamo esposti a sempre più annunci pubblicitari e che ci piacciono solo le persone che incontriamo.

Questo può essere vero o falso. Noi, gli utenti, abbiamo il diritto di vedere contenuti e punti di vista differenti dai nostri. I liberali possono scegliere di vedere contenuti dai conservatori e viceversa (n.d.r. guarda Eli Pariser cosa dice al TED). Gli atei e gli agnostici devono avere facile accesso alle persone che sposano delle religioni.

Abbiamo il diritto di non diventare una società polarizzata in funzione delle decisioni che prendete su di noi senza il nostro consenso.

6. Abbiamo il diritto di possedere le nostre parole, immagini e pensieri. Impossessarsi delle nostre parole con o senza permesso è plagio. Riutilizzare qualsiasi proprietà intellettuale senza attribuzione è un furto. Ignorare questi fatti vuol dire ignorare le leggi vigenti nella maggior parte dei paesi del mondo.

NoBill: delazione fiscale in salsa social

E’ possibile combattere l’evasione fiscale dell’Italia attraverso un meccanismo di delazione “2.0”? E’ ciò che pensano di fare i ragazzi di NoBill con una mappa dove chiunque può segnalare, anche attraverso app per mobile, la mancata emissione di una ricevuta fiscale. Seppure io creda che basti PRETENDERE da chiunque ricevuta o fattura, ho chiesto agli autori di NoBill più di 1 mese fa di spiegarmi come mai hanno avuto questa idea.

Darios: Mi spiegate cos’è NoBill?

NoBill: Nel momento in cui un commerciante non rilasci lo scontrino, il cittadino che avrà scaricato l’applicazione NoBill potrà segnalare il nome dell’esercizio evasore, l’importo e una nota personale.
I nomi delle attività segnalate sono pubblicati sul sito in maniera georeferenziata sulla base delle coordinate satellitari da cui è partita la segnalazione. Tutte le segnalazioni effettuate sono inoltre anonime, mantenendo cosi l’identità dei Vigilantes segreta.

Il progetto è un esperimento frutto di un continuo disappunto nei confronti di un paese in cui la furbizia è considerata virtù, l’evasione è dilagante e i canali ufficiali sembrano essere lontani da una risoluzione del problema.

Darios: E se qualcuno s’inventa una mancata ricevuta ma in realtà vuole danneggiare un concorrente?

NoBill: L’idea si basa su una strategia simile a quella adottata da siti come Trip Advisor, dove la veridicità della singola segnalazione/review non può essere sempre garantita, ma sui grandi numeri i falsi appaiono con una minima incidenza (faremo, ad ogni modo, del nostro meglio per rimuovere le segnalazioni palesemente fasulle).

Darios: Gli utenti che segnalano non sono poi così anonimi così come i luoghi commerciali. Non sono a rischio denuncia? E voi invece chi siete?

NoBill: Stiamo tenendo l’anonimato come strumento di tutela, essendo l’esperimento abbastanza controverso per ovvie ragioni. Dietro le maschere vi sono due ingegneri sardi trentenni che hanno trascorso gli ultimi sei anni lavorando all’estero in vari paesi prima di tornare in Italia e scontrarsi con una realtà per certi versi dimenticata.
NoBill nasce quindi come esperimento e contributo personale al cambiamento in un paese dove in molti strillano e in pochi fanno qualcosa.
Per realizzare il sito e le applicazioni per Android e iPhone abbiamo impiegato le notti fonde dopo il lavoro, dal momento in cui l’ennesima mancata ricevuta (accompagnata dall’ennesima birra) fece scattare l’idea.
Alla fine anche noi ci consideriamo dei semplici Vigilantes, come chiunque altro possa aggiungere segnalazioni sul sito.

Darios: Ricordo che qualcuno aveva già ideato servizi del genere ma non hanno mai avuto un seguito. Come mai secondo voi?

NoBill: Abbiamo esaminato attentamente sia tassa.li che evasori.info (a dirla tutta scovati una volta che NoBill era completato) e non reputiamo nessuno di loro valido per lo scopo che ci prefiggiamo. La nostra idea originale, e punto di forza, era creare un servizio scomodo, capace di esporre pubblicamente nomi e cognomi (o perlomeno nomi di esercizi commerciali) di coloro che evadono, cosi che questo possa fungere da deterrente per l’evasione e non solo come evenienza statistica: “oh guarda, in questa città si evade molto nei bar”. Segnalazioni come quelle su tassa.li ed evasori.info lasciano inoltre il tempo che trovano essendo facilmente falsificabili (essendo generiche è semplice inventarle per coprire la cartina in modo uniforme).
Ci interessava inoltre rendere le persone partecipi della segnalazione dando loro la possibilità di condividere delle note, aggiungendo dettagli e quindi una connotazione “social” al sito.

Rispetto agli altri servizi menzionati inoltre NoBill non permette la segnalazione via web, per scelta. Lo scopo è quello di scoraggiare un utilizzo improprio per diffamazione, rendendo requisito fondamentale che le coordinate della segnalazione corrispondano con quelle dell’esercizio commerciale (segnalazioni troppo lontane dall’esercizio sono considerate dubbie e candidate alla rimozione).

Da qualche giorno ho visto che riguardo quest’ultimo punto qualcosa è cambiato perchè è possibile segnalare anche via Web. Lo chiedo qui pubblicamente dal mio blog: come mai avete cambiato idea?