I giornali non muoiono per colpa di Internet

Dopo tanto dibattere sembra questa una delle conclusioni dello studio Public support for Media: Six-Country Overview of Direct and Indirect Subsidies (file .PDF) condotto da due ricercatori del Reuters Institute for the Study of Journalism della Università di Oxford che analizza i finanziamenti pubblici all’editoria diretti e indiretti in alcuni Paesi tra cui Uk, Usa, Italia, Francia, Germania, Finlandia. Continue reading “I giornali non muoiono per colpa di Internet”

WWF lancia un formato di file “green”: il .WWF

Sto seguendo sempre più da vicino il settore della green economy e scoprendo innovazioni incredibili e curiose. Ultimamente ha destato la mia attenzione il caricabatteria ad energia eolica per iPhone, l’iFan, ed un nuovo formato di file.

E’ molto simile al PDF il nuovo formato elettronico lanciato dal Wwf, il .WWF: la differenza sostanziale è che nei documenti WWF l’opzione di stampa è completamente bloccata e quindi il formato .WWF dovrebbe essere più verde rispetto agli altri. Per ora c’è solo la versione per Mac ma sembra che presto uscirà fuori quella per Windows.

Se da una parte mi sembra una buona idea dall’altra mi sembra alquanto markettara: non sarebbe meglio continuare ad usare i PDF ma stampare il meno possibile?

Con la stampa si guadagna di più

Massimo Russo ha fatto le pulci a Il Post di Luca Sofri dopo i primi mesi di vita e pare che le cose non vadano bene. Eppure si diceva che i giornali di carta erano morti, che ci sarà la rivoluzione dei formati, l’iPad, le cavallette!

Ancora no. Sembra che agli editori non conviene far pagare l’online. Perchè?

Secondo uno studio della Enders Analysis, il ricavo medio per un abbonato all’ edizione online del Times.co.uk o del WSJ.com è esattamente un quarto di quello degli abbonamenti alle loro edizioni a stampa.
la chiusura delle rotative, dopo l’ ipotetico raggiungimento della soglia di passaggio stampa-digitale, potrebbe salvare solo il 25% dei costi totali – ma non sarebbe abbastanza per colmare il gap con il minore introito dell’ online.

Eppure in questo autunno è prevista una ondata online di nuovi siti di news. C’è spazio veramente per tutti in Italia?

Via [Lsdi]

Sbavagliamoci

Niente a quanto pare le proteste sulla legge Bavaglio a qualcosa sono servite se il Governo ha fatto un primo passo indietro riguardo la pubblicazione delle intercettazioni. Se il testo verrà approvato ci sarà un po’ più di libertà di stampa ma non si capisce se la legge finirà su di un binario morto o verrà completamente capovolta.

Insomma questa legge Bavaglio è nata malissimo ed è cresciuta anche peggio, non poteva andare diversamente: si è perso fin troppo tempo per un pessimo testo che non guardava al futuro, che non innovava un bel niente. E intanto si allarga il digital divide.

L’ENI, il caso dell’omicidio Mattei, Pasolini che non pubblica un capitolo in Petrolio dove probabilmente aveva scritto i nomi degli autori delle stragi degli anni ’70, la nuova loggia P3. Se solo usassimo il 50% di queste oscure energie per fare del bene a questa Italia probabilmente le cose andrebbero diversamente anche nella politica.

Il paradosso del Press Divide

Secondo l’ottavo Rapporto Censis sulla Comunicazione sono cinque i social network più popolari in Italia: Facebook, conosciuto dal 61,6% degli italiani, YouTube (60,9%), Messenger (50,5%), Skype (37,6%) e MySpace (31,8%). Le percentuali raggiungono valori ancora più elevati tra i giovani di 14-29 anni. Secondo voi Msn Messenger è un social network?

Quanti di voi – e ne vanno fieri – non guardano più la Tv anche perchè travolti da un bombardamento continuo di informazioni nuove? C’è una stessa disaffezione nei confronti dei media che ha un’altra origine ma è espressione di un curioso paradosso.
Per quanto riguarda i consumi mediatici degli italiani infatti si comincia a parlare di “press divide“, il fratello del “digital divide”, espressione di un disagio che non è esclusivamente economico e tecnologico ma sociale:

Il numero delle persone che hanno un rapporto esclusivo con i media audiovisivi (radio e Tv) rimane praticamente stabile (26,4%), mentre diminuiscono quanti hanno una «dieta mediatica» basata al tempo stesso su mezzi audiovisivi e mezzi a stampa (dal 42,8% al 24,9% tra il 2006 e il 2009). La somma di questi due gruppi rappresenta il totale di quanti non hanno ancora colmato il digital divide, la cui soglia si collocava nel 2006 al 71% e scende oggi al 51,3% della popolazione.
Nasce però un nuovo divario tra quanti contemplano nelle proprie diete i media a stampa (insieme a radio, Tv e Internet) e quanti non li hanno ancora o non li hanno più. Se il digital divide si sta attenuando, il press divide invece aumenta, visto che nel 2006 era il 33,9% degli italiani a non avere contatti con i mezzi a stampa, mentre nel 2009 si è arrivati al 39,3% (+5,4%). Ad aumentare negli ultimi anni l’estraneità ai mezzi a stampa, e in misura rilevante, sono stati i giovani (+10%), gli uomini (+9,9%) e i più istruiti (+8,2%), cioè i soggetti da sempre ritenuti il traino della modernizzazione del Paese.