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Il discorso di Farage contro l’Eurocrazia della Commissione Europea

Sta girando in Rete questo discorso acceso di Nigel Farage deputato britannico nel parlamento europeo. Farage è da sempre contro l’Europa e in favore delle sovranità nazionali, sostiene ad esempio che il Regno Unito debba uscire dall’UE e in nome di questa politica è stato eletto.

Non è questo che ci interessa di Farage ma il suo scagliarsi contro il potere del parlamento dell’UE, una sorta di Eurocrazia. E’ un discorso che fa riflettere sul ruolo stesso dell’Unione Europea e su alcuni meccanismi di potere con i quali il nostro ministro degli Esteri dovrà confrontarsi e barcamenarsi. Farage infatti dice:

Secondo qualsiasi misuratore l’Euro è un fallimento. Chi è il responsabile? Chi è in carica di voi? Nessuno di voi perché nessuno di voi è stato eletto. Nessuno di voi ha una legittimazione democratica per il ruolo che ricoprite in questa crisi.

E in questo vuoto è entrata in scena Angela Merkel e viviamo ora in un’Europa dominata dalla Germania, un’eventualità che il progetto europeo intendeva escludere. Io non voglio vivere in un un’Europa dominata dalla Germania e non lo vogliono i cittadini europei.

Avete deciso che Berlusconi doveva andarsene. Così è stato rimosso e rimpiazzato da Monti, un ex commissario europeo, un architetto del disastro dell’Euro e un uomo che non era nemmeno membro del Parlamento.
Sta diventando come un romanzo di Agatha Christie, dove stiamo cercando di capire chi è il prossimo che sarà fatto cadere.

E devo dire, signor Van Rompuy (n.d.r. il Presidente del Consiglio europeo), che lei, uomo non eletto, è andato in Italia e ha detto: “Questo non è il tempo per le elezioni, ma è il tempo delle azioni”. Per Dio, chi le dà il diritto di dire queste cose al popolo italiano?

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Mediterraneo Revoluciòn

Foto: Boston.com

Il regime dell’Iran e quello del Libano di Gheddafi, la Giordania, l’eterno conflitto Israele-Palestinese, la rivolta del popolo Egiziano e la caduta di Mubarak, la Tunisia, la terribile crisi in Grecia, il conflitto in Albania, le guerre civili in diversi stati dell’Africa. E ora infine l’Algeria.

E’ un mediterraneo caldo, caldissimo. Non sono uno storico e non ho neanche gli strumenti sociologici e d’approfondimento per analizzare questi eventi politici nei singoli Paesi però è chiaro che sono segnali forti, precisi, sarebbe un errore buttarsi in qualche banalità socio-politica. Al centro di questo tormentato mediteranneo c’è l’Italia che attraversa una delle ere più buie per quanto riguarda la situazione economica, sociale e politica.

Le domande da fare sono tante, gli altri Paesi stanno rispondendo ai regimi che li tengono in ostaggio. E’ possibile dimostrare che la democrazia nei Paesi occidentali non è un sistema di facciata, già sfasciato e che sopravvive in continui compromessi solo per coccolarci in una deleteria utopìa?
Ci sono le condizioni affinchè il popolo italiano, dopo 150 anni, riesca a sentirsi unito ed a liberarsi dai vizi, dagli scheletri dell’attuale politica? Qual è il significato da attribuire alla discesa in piazza delle donne italiane, può iniziare da loro il processo di rinnovamento della società italiana?
Come guardare la situazione del mediterraneo e soprattutto quale posizione adottare? Perchè la politica estera non entra nelle discussioni quotidiane degli italiani così come a scuola e nelle università con un bollettino giornaliero? Perchè gli studenti devono aspettare un altro 11 settembre o una riforma sbagliata per alzare il culo dalle aule universitarie? Perchè gli operai sono costretti a sfoderare la loro ultima busta paga e devono vivere di sommerso in attesa che l’azienda riapra?

Sembra di essere fermi agli anni ’30 eppure è passato quasi un secolo. L’unico verbo che va di moda ormai tra i giovani è “adeguarsi” perchè “tanto lo sai che non possiamo fare niente”.

Provate ad andare in strada ed urlare “Italiani, sveglia!” come fosse lo slogan dello zio Sam: se nessuno vi ascolterà o verrete fermati dalle forze dell’ordine allora forse è il caso di calare la maschera, vestirsi da egiziani, prendere una baguette e scendere in piazza.