Il Piano per il Sud: giocatori tristi che non hanno vinto mai

E’ mesi che si parla del Piano per il Sud, un documento (per alcuni fantasma) di 25 pagine, 8 capitoli che descrivono una politica di sviluppo che non dovrebbe essere più assistenzialista ma tesa a fare infrastrutture, combattere la criminalità, il sommerso, favorire l’investimento delle aziende, migliorare la sicurezza sul lavoro, investire in formazione e ricerca, snellire giustizia e pubblica amministrazione.

Il ponte sullo Stretto non serve a niente ad esempio, finire la Salerno-Reggio Calabria sarebbe un obbligo che non dovrebbe neanche rientrare in un piano del genere ma appartenere al passato. E invece ci sarebbero 100 miliardi (tra fondi europei, nazionali e scarti non ancora investiti) da investire, il condizionale è d’obbligo perchè secondo alcuni, ovvero il Cipe, sono solo 5,5 miliardi, cifra che basterebbe a fare l’alta velocità Napoli-Bari per raggiungere le due città in 2 ore.
Da questo si comprende subito che il ponte sullo Stretto non serve a niente ed è pure utopìa.

A voler essere precisi sono anni che si parla di Piano per il Sud, almeno dalla Finanziaria 2007 che introduce anche una legge che disciplina la governance tra Regioni e Stato in barba a tutti i pipponi sul federalismo. Quando leggo che Tremonti vuole fare la Banca del Mezzogiorno per favorire la nascita di nuove imprese e aiutare l’immprenditoria giovanile, un po’ mi sembra di tornare indietro di anni.

Tra l’altro nel piano sarebbe previsto l’accesso alla banda ultralarga per il 50% della popolazione residente nel Sud e 3-4 poli di ricerca come l’Iit di Genova (sarebbe tanto chiedere di cominciare con 2 politecnici per regione?). Io sono contento che ci sia un Piano per il Sud però sono preoccupato perchè non leggo tanto spesso un documento che si chiami “Piano per l’Italia” perchè il problema di questo Paese è stato proprio questo: una regione è cresciuta più di un’altra e si è creato questo imbuto difficile da aprire.

Non vorrei tra qualche decennio che i miei figli debbano leggere questo post e cominciare a ridere o incazzarsi per motivi opposti, per la mancanza di un Piano per il Nord.

Perchè non si può fare imprenditoria al Sud

Se non volete che lo Stato obblighi le persone a nascondere la propria anagrafica o magari anche a fare corsi di dizione liberate il mezzogiorno dai suoi stessi fantasmi, investite i soldi nella scuola, nella cultura, nell’università e nella ricerca.
Fate 2 politecnici per regione, combattete gli sprechi, l’assenteismo, le false invalidità, la corruzione nella gestione delle gare d’appalto e nell’approvigionamento dei fondi pubblici indipendentemente dalla regione di provenienza (camorra, mafia, n’drangheta).

Non importa che siate di destra, della sinistra di 30 anni dopo o del nuovo centro. Fatelo e basta, da cittadini: per gli imprenditori, i lavoratori, le casalinghe, i vostri figli, i precari.
C’è chi dice NO di Report è davvero una bella rubrica, dovrebbe occuparsi quasi esclusivamente del Sud.

L’importante è che tu sia di Caserta e il clan ti segue ovunque. In troppi pagano, qualcuno si accorda. Gli imprenditori di Terra di Lavoro non sfuggono alle mire del clan, possono al massimo affiliarsi.
Dovunque lavorano sono inseguiti e contattati dal clan dei Casalesi. Sia che le loro attività si svolgano nel Casertano come nel Nord Italia per il clan non fa alcuna differenza: basta che gli imprenditori siano casertani e questo è sufficiente per rientrare nelle mire della camorra. E’ la strategia, sempre più confermata da indagini e arresti, che da anni il potente clan dei Casalesi sta portando avanti.

Via [Casertac’è]

Photo: http://www.flickr.com/photos/valpopando/