Kwangmyong e la libertà della Rete

Poichè si è parlato tanto di censura su Twitter (e di attacchi alla libertà della rete tra ACTA, SOPA, chiusure di servizi come Megavideo/Megaupload e Btjunkie), Marco Ciaffone in un bel post spiega com’è messa Internet e l’informazione in Corea del Nord parlando di Kwangmyong e dell’effetto che può avere una rete chiusa e controllata:

Non esistono in generale media indipendenti in Corea del Nord, tutta l’informazione è controllata dalla giunta militare al potere, ma Internet ha una particolarità: avendo attivato un dominio di primo livello “.kp” solo nell’ottobre 2010, i server sui quali si basa la Nordcorea sono per lo più in Cina, Giappone, Germania e perfino Texas, comprese le pagine www.korea- dpr.com (pagina Web della Corea del Nord) e www.kcna.co.jp (la home page della Korean Central News Agency).

Molti cittadini stanno guadagnando un libero accesso a Internet tramite le reti mobili che si appoggiano a server cinesi (quindi in realtà Internet libero fino ad un certo punto, diciamo che si va dalla brace alla padella) e che vengono attivate su dispositivi comprati al mercato nero. Dal maggio 2004 è infatti vigente nel paese il divieto della telefonia mobile. Alla fine di maggio 2011 partiva a Pyongyang la messa a punto di tre diversi modelli di computer e device mobili interamente costruiti nel paese (o almeno passati al vaglio del regime prima della messa in commercio); un altro tassello nell’autarchia digitale perseguita dal defunto “Caro Leader”.

C’è anche un fattore economico dietro la quasi nulla diffusione di Internet nella parte nord della penisola coreana: pc, corsi di alfabetizzazione digitale e connessioni sono incredibilmente costose per i sudditi del regime, e c’è da credere che sia esso stesso a far sì che le tariffe restino così alte. Pertanto, sebbene l’articolo 67 della Costituzione socialista garantisce la libertà di parola e di stampa, non vi è alcuna possibilità di scardinare il dominio dello Stato sull’accesso ad Internet come su qualunque manifestazione del diritto di espressione. Un piccolo spiraglio si aprì nell’estate 2010, quando il governo decise di aprire un proprio account su Twitter e Youtube; i contenuti finora caricati sono ovviamente soltanto propaganda di regime e accuse agli oppositori (repubblica del Sud inclusa) ma insieme all’imminente passaggio di consegne al vertice dello stato questo dato potrebbe innescare un certo rinnovamento.

La tv dei tablet (e viceversa)

Non seguo molto la tv ma mi sono accorto che nella nuova stagione televisiva italiana è tutto un fiorire di iPad e tablet: i conduttori abbandonano le vecchie cartelline per fare tap e leggere i copioni sui dispositivi elettronici. Dalla televisione pubblica a quella satellitare il baluardo della rassegna stampa a mezzo touch screen è ormai caduto.

Per chi suona il tablet: il numero di iPad in tv può rappresentare lo specchio di un Paese moderno? Probabilmente no. Però può essere se non altro il segno di un cambiamento di questo media e della sua convergenza.
Non so se la realtà che aveva immaginato Kubrick fosse simile a quella che ci apprestiamo a “tappare” con le nostre dita ma forse ci fornisce la sensazione di avere a portata di mano degli strumenti per costruirla anche nelle piccole cose, nei dettagli. A personalizzare qualsiasi nostra esigenza o a illuderci che basti sfiorare una superficie per renderci felici protagnisti di uno show.

IKEA cambierà il modo di costruire la sua libreria Billy per adattarla agli e-reader ed ai tablet. Se lo spazio e il tempo cambiano, qual è la nuova dimensione della tv?

I giornali non muoiono per colpa di Internet

Dopo tanto dibattere sembra questa una delle conclusioni dello studio Public support for Media: Six-Country Overview of Direct and Indirect Subsidies (file .PDF) condotto da due ricercatori del Reuters Institute for the Study of Journalism della Università di Oxford che analizza i finanziamenti pubblici all’editoria diretti e indiretti in alcuni Paesi tra cui Uk, Usa, Italia, Francia, Germania, Finlandia. Continue reading “I giornali non muoiono per colpa di Internet”

Secondo Agcom la TV vince su Internet e Telecom non sarà più monopolista

Non ho molto tempo per approfondire la relazione annuale dell’Agcom che è stata presentata oggi alla Camera dei Deputati, qui sopra ci sono le slide. Velocemente mi hanno colpito due cose: il dato sulla televisione dove il 90% delle persone la preferisce come fonte di informazione e la scesa della quota di Telecom Italia nel mercato retail dei servizi di telecomunicazione dal 50% al 48,9%. Ci sono altri dati degni di interesse (anche se mi aspettavo di meglio) ma li lascio valutare a voi, magari se ne parlerà domani al Working Capital Napoli.

[UPDATE]
– Stefano ha scritto un commento sulla relazione che molti hanno criticato definendola strumentale.

Facebook dà qualche consiglio ai giornalisti

Con Facebook Media il social network dà alcuni consigli ai media ed ai giornalisti su come utilizzare al meglio Facebook. Ci sono dritte sia per gli sviluppatori che per i giornalisti i quali già gongolano a leggere il terribile termine “social news“.

Vista la continua abitudine nel saccheggiare i profili di Facebook da parte dei giornalisti però manca sia qualche linea guida sulla privacy che sui diritti dei contenuti che girano all’interno del social network.

Storie d’ordinaria disinformazione

Non sarà di certo il primo omicidio di camorra manipolato ma il programma “Terra” del 26/11/2009 sbugiarda ciò che hanno scritto quasi tutti i media riguardo l’indifferenza dell’omicidio di Mariano Bacioterracino fuori ad un bar del rione Sanità di Napoli.

Il filmato è stato ripreso e trasmesso da tutti i media, si può dire che abbia fatto il giro del mondo raccontando una realtà alterata da un montaggio meschino. Tutto ciò deve farci riflettere ancora una volta su quanto sia importante cercare la verità.
Vi prego diffondete questo filmato, magari fa lo stesso giro di quello precedente:

Il paradosso del Press Divide

Secondo l’ottavo Rapporto Censis sulla Comunicazione sono cinque i social network più popolari in Italia: Facebook, conosciuto dal 61,6% degli italiani, YouTube (60,9%), Messenger (50,5%), Skype (37,6%) e MySpace (31,8%). Le percentuali raggiungono valori ancora più elevati tra i giovani di 14-29 anni. Secondo voi Msn Messenger è un social network?

Quanti di voi – e ne vanno fieri – non guardano più la Tv anche perchè travolti da un bombardamento continuo di informazioni nuove? C’è una stessa disaffezione nei confronti dei media che ha un’altra origine ma è espressione di un curioso paradosso.
Per quanto riguarda i consumi mediatici degli italiani infatti si comincia a parlare di “press divide“, il fratello del “digital divide”, espressione di un disagio che non è esclusivamente economico e tecnologico ma sociale:

Il numero delle persone che hanno un rapporto esclusivo con i media audiovisivi (radio e Tv) rimane praticamente stabile (26,4%), mentre diminuiscono quanti hanno una «dieta mediatica» basata al tempo stesso su mezzi audiovisivi e mezzi a stampa (dal 42,8% al 24,9% tra il 2006 e il 2009). La somma di questi due gruppi rappresenta il totale di quanti non hanno ancora colmato il digital divide, la cui soglia si collocava nel 2006 al 71% e scende oggi al 51,3% della popolazione.
Nasce però un nuovo divario tra quanti contemplano nelle proprie diete i media a stampa (insieme a radio, Tv e Internet) e quanti non li hanno ancora o non li hanno più. Se il digital divide si sta attenuando, il press divide invece aumenta, visto che nel 2006 era il 33,9% degli italiani a non avere contatti con i mezzi a stampa, mentre nel 2009 si è arrivati al 39,3% (+5,4%). Ad aumentare negli ultimi anni l’estraneità ai mezzi a stampa, e in misura rilevante, sono stati i giovani (+10%), gli uomini (+9,9%) e i più istruiti (+8,2%), cioè i soggetti da sempre ritenuti il traino della modernizzazione del Paese.