Schiavi della mela e del lavoro

Questa cosa che Apple ha ammesso di usare bambini per fabbricare i propri prodotti molti dei quali in Cina sinceramente fa abbastanza schifo. Non faccio falsi moralismi, probabilmente anche il notebook dal quale scrivo o la birra di ieri sera sono il frutto di lavoro nero, mal pagato, sfruttato, illegale.

Il Think Different va a farsi benedire e muore davanti al profitto capace di affamare anche una delle aziende più innovative: Apple non è la prima e non sarà certamente l’ultima azienda ad usare manodopera a basso costo. Apple non ha scusanti, nemmeno quella che le fabbriche fossero fornitori esterni e quindi controllate da altre società.
Forse i fondamentalisti della mela non si sarebbero mai aspettati di avere tra le mani un iPhone costruito da un bambino orientale oppure pur sapendolo hanno sempre preferito chiudere gli occhi davanti all’ultima applicazione figa lanciata sul mercato. Ciò vale per Apple come per qualsiasi altra azienda tra quelle 102 che non fanno controlli adeguati.

E’ un problema serio che viene trattato meno che del green computing con il quale è strettamente collegato: mentre ci chiediamo cosa verrà dopo l’iPad chi realizza iPod o cellulari di ultima generazione non deve essere esposto a pericolose sostanze chimiche soltanto per consentirci di sfogliare voracemente l’ultimo libro di Douglas Coupland. Non voglio cadere nello stereotipo del consumismo sacrificale e del capitalismo subdolo che ci distrae e seduce come una droga fino a stenderci al tappeto.

I fatti nei diversi Paesi del mondo dimostrano che l’equità sociale resta un principio puramente teorico ma che la Rete, quella fatta di persone prima e di tecnologie poi, forse può servire come risorsa per spostare il dibattito sui diritti dell’uomo e del lavoro, dalla denuncia all’indagine collettiva il passo è breve. E se il prossimo passo fosse un peer to peer di sindacalisti anonimi?