150

I negozi sono aperti: come spesso accade l’Italia è divisa a metà anche se questa volta secondo un sondaggio per l’81% degli italiani l’unità nazionale è un valore.
E su Internet? Avevo pensato ad una banale analisi sui social media, aggiornerò questo post con qualche risultato.
Intanto ecco una raccolta disordinata di cose fatte online ed offline per festeggiare questi 150 anni d’Italia, puoi fare segnalazioni nei commenti perchè il post è in continuo aggiornamento. Continue reading “150”

Soddisfatti e disoccupati

Ero indeciso su quale congiunzione usare quando ho letto il rapporto dell’ISTAT “Aspetti della vita quotidiana” secondo il quale:

Oltre il 62% degli italiani si mostra in generale soddisfatto della propria vita e poco meno del 50% della situazione economica familiare. Le regioni con i più elevati livelli di soddisfazione sono il Trentino-Alto Adige (7,8), la Valle d’Aosta (7,5) e la Lombardia (7,4). Ai livelli più bassi figurano la Campania (6,8), la Sicilia e la Puglia (7,1).
Rispetto al 2009 cresce leggermente la quota di chi si dichiara abbastanza soddisfatto (dal 44,3% al 45,5%), mentre la percentuale di quanti riferiscono di essere molto soddisfatti resta sostanzialmente invariata (2,8%).

Dall’SMS al libro

Silvio Berlusconi: invierò libro alle famiglie per spiegare le cose fatte dal governo in questi due anni.

C’è già gente che non vuole avere il libro di Berlusconi e sono sicuro saranno tanti: nel caso vi dovesse arrivare non bruciatelo, avete diverse alternative tra cui rispedirlo al mittente in affrancatura semplice a 20 cent, reciclarlo, gettarlo nell’apposita sezione della raccolta differenziata. Non lasciatelo in giro, non fate book crossing malevolo.

E’ buffo che la strategia del Governo – o forse sarebbe meglio dire di Berlusconi – passi dagli SMS del 2006 al librone delle cose fatte dal Governo per finire nell’applicazione per iPhone e iPad. Come ho già detto: è il Governo del fare le cose inutili.

Pizza, mandolino e Jersey Shore: così ci vedono gli americani

Un video segnalato da Emil Abirascid realizzato dall’Istituto Italiano di New York che intervista alcuni americani: la domanda è “cosa vi viene in mente quando pensate alla cultura italiana?”

Secondo te cosa hanno risposto? Leonardo, Michelangelo, Rubbia? No: pizza, mandolino e Jersey Shore, una serie televisiva prodotta da MTV i cui personaggi sono degli italoamericani “truzzi, coatti, narcisi, abbronzati, bellocci e decisamente pop”.

Urge una campagnia di PR ma soprattutto un rovistare tra la cultura italiana diventata low cost per capire cosa funziona e cosa no. Come disse Fabrizio Gifuni: “L’arte e la cultura sono sprofondati da tempo nel tempo libero così come la scuola, lo studio, la formazione e la ricerca scientifica. L’arte e la cultura non sono tempo libero“.

In Italia abbiamo paura di cambiare?

Proprio mentre mi chiedevo se siamo più italiani o europei da qualche giorno gira su Facebook questo post “La paura di cambiare” di Fabrizio Capobianco, CEO di Funambol, che riprende il discorso di Sergio Marchionne al meeting di Rimini.

Marchionne dice che in Italia siamo fermi e non c’è paura di cambiare e guardare al bacino di informazioni e possibilità che arrivano dagli altri Paesi. Cambiare cosa significa? Vendere le nostre aziende (nessun campanilismo, per carità) e spostare la produzione fuori dall’Italia?
Se da una parte c’è la fuga dei cervelli, la maggior parte degli italiani non ha la possibilità (anche economica) di andare all’estero per fare esperienza e respirare quell’aria nuova necessaria a crescere della quale parla Marchionne. E allora bisogna cominciare a trasformare l’Italia dall’interno, e bisogna farlo con coraggio e sprezzo del pericolo. Facendo impresa, sviluppando idee e progetti, inventandosi un lavoro o soltanto facendo bene e onestamente il proprio mestiere.

Questo significa per me cambiare: creare opportunità qui e poi altrove.

Siamo europei o italiani?

Niente, a me questa generale discussione sul sacco del Nord o come la vede Vendola sul Sud che continua a dare al Nord proprio non va giù: nessuno pensa che una regione abbia bisogno dell’altra, che non hanno più senso quelle a statuto speciale. Non porta quindi da nessuna parte questa continua lotta e secessione di soldi, usi, costumi, anzi ci costringe a tornare indietro di almeno 20 anni.

Il punto è sempre quello e se ne parla ancora, anche se sono passati 150 anni dall’Unità d’Italia che l’anno prossimo “festeggeremo”. Chi e come festeggerà tra il Nord e il Sud di questo Paese spaccato a metà anche nella politica perchè manca un partito nazionale?
Chi penserà al federalismo come una delle soluzioni per combattere gli sprechi e infondere criteri meritocratici nella pubblica amministrazione, nella politica e nel mondo del lavoro?

Per molti italiani l’Europa – come per l’euro – è una invenzione del professore Romano Prodi. E questo cattivo vizio di guardare all’Europa solo come una matrona che elargisce fondi e ci coccola o bastona a seconda dei casi ci sta rovinando, ci costringe a non guardare oltre al nostro essere italiani o peggio ancora del Nord e del Sud.
Indicazioni geografiche datate che andrebbero soppiantate da un senso civico che non si educa più neanche a scuola ma che dovrebbe aiutarci ad accettare l’immigrazione come una risorsa in grado di far condividere e ritrovare la nostra identità. Tutti insieme. Non sono discorsi da prete: è l’unica via d’uscita se vogliamo una Italia migliore.