9 Siti Web che ti renderanno più intelligente

nerdIeri Google ha compiuto 15 anni, una storia ricca di cose che non conosciamo. Il motore di ricerca ci ha reso la vita più facile anche se ultimamente gli addetti ai lavori notano una certa stanchezza nell’innovare con risultati che sempre più spesso sembrano seguire il business invece che le reali esigenze degli utenti (cercare ciò di cui hanno bisogno).

Una delle citazioni che mi ha più colpito di recente è quella di Rebecca Grant:

Humans are primitive creatures. We crave food, sex, and apparently, Facebook likes. [twittala]

Sì, è vero, la Rete ci ha reso maestri della procrastinazione, click e like hanno assunto troppa importanza con il multitasking che ha probabilmente ha alimentato il deficit dell’attenzione. E però Internet ci ha anche aiutato.
Ne è un esempio questa lista che ho tratto (aggiungendo del mio) da Open Forum: 9 siti web che ci aiutano ad essere più intelligenti e svegli, “smart” come dicono gli inglesi.

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Mai più senza Internet: il principio di disuguaglianza digitale

Dopo i tanti “Internet ci rende più stupidi” si è passati a la “Rete crea aspettative e bisogni” per finire a “Internet ci rende pazzi“.

Se Internet non è un soggetto, come dice Fabio Chiusi, la sua presenza diventa ingombrante solo per chi ne fa un uso distorto classificandolo come universale. L’assenza, invece, risulta davvero pesante e insostenibile diventando quindi un diritto fondamentale per l’uomo, un servizio indispensabile proprio come l’acqua.

A sostegno di questa tesi c’è un articolo de il Corriere che segnala una sentenza del giudice di Pace di Trieste:

Una casalinga ed i suoi tre figli sono rimasti per oltre quattro mesi senza Internet e per oltre due mesi senza telefono per un disservizio del gestore. La compagnia telefonica è stata condannata ad un risarcimento del danno non solo patrimoniale (1.600 euro) ma anche esistenziale (800 euro), riconoscendo lo stress causato dall’impossibilità di connettersi.

Un diritto non si compra ma si acquisisce. Non sono un avvocato ma credo che d’ora in poi questo principio di disuguaglianza digitale entrerà in molte dispute e sarà appellato da quanti non riescono a vivere senza Internet. E lo faranno se almeno una volta si sono collegati nella loro vita.

Non si sentano emarginati tutti quelli fermi al Medioevo digitale: avranno i loro buoni motivi per non esercitare un diritto.

Kwangmyong e la libertà della Rete

Poichè si è parlato tanto di censura su Twitter (e di attacchi alla libertà della rete tra ACTA, SOPA, chiusure di servizi come Megavideo/Megaupload e Btjunkie), Marco Ciaffone in un bel post spiega com’è messa Internet e l’informazione in Corea del Nord parlando di Kwangmyong e dell’effetto che può avere una rete chiusa e controllata:

Non esistono in generale media indipendenti in Corea del Nord, tutta l’informazione è controllata dalla giunta militare al potere, ma Internet ha una particolarità: avendo attivato un dominio di primo livello “.kp” solo nell’ottobre 2010, i server sui quali si basa la Nordcorea sono per lo più in Cina, Giappone, Germania e perfino Texas, comprese le pagine www.korea- dpr.com (pagina Web della Corea del Nord) e www.kcna.co.jp (la home page della Korean Central News Agency).

Molti cittadini stanno guadagnando un libero accesso a Internet tramite le reti mobili che si appoggiano a server cinesi (quindi in realtà Internet libero fino ad un certo punto, diciamo che si va dalla brace alla padella) e che vengono attivate su dispositivi comprati al mercato nero. Dal maggio 2004 è infatti vigente nel paese il divieto della telefonia mobile. Alla fine di maggio 2011 partiva a Pyongyang la messa a punto di tre diversi modelli di computer e device mobili interamente costruiti nel paese (o almeno passati al vaglio del regime prima della messa in commercio); un altro tassello nell’autarchia digitale perseguita dal defunto “Caro Leader”.

C’è anche un fattore economico dietro la quasi nulla diffusione di Internet nella parte nord della penisola coreana: pc, corsi di alfabetizzazione digitale e connessioni sono incredibilmente costose per i sudditi del regime, e c’è da credere che sia esso stesso a far sì che le tariffe restino così alte. Pertanto, sebbene l’articolo 67 della Costituzione socialista garantisce la libertà di parola e di stampa, non vi è alcuna possibilità di scardinare il dominio dello Stato sull’accesso ad Internet come su qualunque manifestazione del diritto di espressione. Un piccolo spiraglio si aprì nell’estate 2010, quando il governo decise di aprire un proprio account su Twitter e Youtube; i contenuti finora caricati sono ovviamente soltanto propaganda di regime e accuse agli oppositori (repubblica del Sud inclusa) ma insieme all’imminente passaggio di consegne al vertice dello stato questo dato potrebbe innescare un certo rinnovamento.

La minigonna di Internet

Se su Internet una donna esprime le proprie opinioni vengono viste e valutate diversamente rispetto ad un uomo? Bel pezzo della giornalista Laurie Penny tradotto su Internazionale:

Se vogliamo costruire uno spazio veramente equo e vitale per il dibattito politico e gli scambi sociali, online e off­line, non basta lasciar cadere nel vuoto le molestie subite da donne, omosessuali, trans­gender e persone di colore che osano avere delle opinioni. Libertà di espressione significa essere liberi di usare la tecnologia e partecipare alla vita pubblica senza paura di ritorsioni. E se le uniche persone che possono farlo sono maschi bianchi eterosessuali, internet non è così libera come ci piacerebbe credere.

E’ necessario un ministro di Internet?

Mentre in queste ore Mario Monti scioglie la riserva e presenta la sua lista di ministri, nelle ultime ore si sono fatte avanti diverse proposte riguardo un possibile ministro di Internet anche senza portafogli come scrive Massimo Sideri. C’è stato anche un appello durante l’ultimo Internet Governance Forum di Trento con una lettera indirizzata proprio a Monti e nella quale si chiede maggiore attenzione nei confronti del web, dell’economia digitale e del digital divide.

Credo che il numero dei ministri e dei ministeri debba essere sempre ragionevole e ottimale, che abbia il dovere di rispondere all’economia di un Paese più che alle sue lobby ma d’altronde anche Paola parlò già qualche tempo fa dell’esistenza all’estero in altri Paesi di un dicastero che è vicino a questo settore.
E chissà che non sia il momento giusto: anche il Partito Pirata Italiano “scende in campo” risvegliandosi improvvisamente dal torpore che lo ha tenuto ai margini della politica fin dalla sua nascita.

Il meme di Scarlett Johansson

Dopo aver letto della vittoria del Partito Pirata in Germania si sono formati degli shieramenti da bar: da una parte quelli per i quali la Rete non serve a niente, dall’altra chi la considera fondamentale nella vita di una persona. Io mi ritrovo nella via di mezzo: anche se è vero che non amo le vie traverse allo stesso modo non apprezzo chi fa o è talebano perchè semplicemente si preclude ogni possibilità di uscita dalla sua visione delle cose. Insomma il concetto opposto dell’oggetto dell’analisi: l’Internet. Continue reading

I giornali non muoiono per colpa di Internet

Dopo tanto dibattere sembra questa una delle conclusioni dello studio Public support for Media: Six-Country Overview of Direct and Indirect Subsidies (file .PDF) condotto da due ricercatori del Reuters Institute for the Study of Journalism della Università di Oxford che analizza i finanziamenti pubblici all’editoria diretti e indiretti in alcuni Paesi tra cui Uk, Usa, Italia, Francia, Germania, Finlandia. Continue reading