Giornalisti troll

Repubblica oggi ha toccato il fondo prima con una galleria fotografica su Facebook dedicata agli onorevoli in vacanza e poi con questo articolo assurdo di Marco Pasqua che critica il trollare ma finisce per diventare egli stesso un troll con tanto di esperto autorevole (e non parlo della Concia che un altro po’ ci fa credere che l’omosessualità si possa diagnosticare nei feti).

Sono diventati un giornale serissimo, più di Spinoza. Staccate Internet ai giornalisti di Repubblica, vi prego.

[UPDATE]

– Dopo uno scambio tra Republicca e Arianna Ciccone il giornale ha rimosso la terribile galleria da Facebook ma non basta l’aver dato ascolto: ormai la frittata è stata fatta e le foto girano. Da leggere comunque il post di Giovanna Cosenza sui modi per difendersi dai troll.

Differenze tra blogger e giornalisti: i commenti agli articoli dei giornali

Se è possibile (ed ha senso) fare ancora una differenza tra giornalisti e blogger è la seguente. Qualche giorno fa ho commentato un articolo su di un importante giornale online riguardo la questione del portale regionale della Campania ed il mio è ancora l’unico commento pubblicato.

Sono tornato a vedere se l’autore del pezzo aveva risposto ma nulla. E così ho provato a contattarlo via Facebook e dopo 23 minuti mi ha prontamente risposto scrivendo:

Salve, io di solito non leggo mai i commenti ai pezzi e non mi metto a rispondere, che altrimenti dovrei passare la giornata a fare solo questo. Mandi una email che è meglio, quelle le leggo eccome, i commenti sono un dibattito tra i commentatori.

Se sei un giornalista e nel 2012 non hai tempo per seguire ciò che pubblichi (ma poi sei sempre su Facebook…) è meglio che non scrivi per il web. L’atteggiamento di alcuni giornalisti nei confronti dei commenti agli articoli online è vicino a quello di un ring al quale è meglio non avvicinarsi per non prendere i cazzotti che si scambiano i lettori o che vorrebbero tirarti. Chissà che ne pensa il Giornalaio

Pillole dal Festival del Giornalismo 2012

Foto di Beppe Severgnini: https://twitter.com/#!/beppesevergnini/status/196261853242994690/photo/1

Era la mia prima all’International Journalism Festival di Perugia. Alcune brevi e disordinate considerazioni sul Festival del Giornalismo e su questi giorni passati in Umbria.

– Il centro di Perugia è molto bello (c’è un ristorante medievale carino, il Settimo Sigillo, andateci non si mangia male e non è caro) e nonostante le salite si presta benissimo ad una conferenza così intensa;

– Gli speech da rivedere per imparare o divertirsi: le sparate di Francesco Merlo e di Bechis secondo il quale circolano delle cazzate pazzesche sui social network (detto dal vicedirettore di Libero..), Andy Carvin e la primavera araba (da contraltare c’è l’imbarazzante dichiarazione della giornalista di Vanity Fair Imma Vitelli per la quale al rivoluzione egiziana è nata perchè i ragazzi per il mondo arabo non possono sposarsi quando non hanno un futuro soldi e stabile da offrire alle mogli), gli interventi del #datacamp, la coppia Buttafuoco-Abbate, il noioso dibattito sui blog (che forse andava bene 5 anni fa) nel quale Filippo Facci (un inutile provocatore, pensavo che #facciride potesse diventare TT ma non lo è stato perchè è anche un bel po’ maleducato a vedere la goliardìa da caserma che usa) deride la proposta di Alessio Jacona di inviare le domande via Twitter ma poi dichiara di passare 16 ore in Rete (non si sa bene facendo cosa, gliel’ho anche chiesto) e di ritenere Internet un male per la collettività, le mie due domande poste a Zucconi (che odia Twitter), Severgnini e Rodotà suggerite via Twitter a Dino Amenduni durante il panel su giornalisti di una volta, blog e community, i workshop su come rendere accattivanti i dati e raccontare la spesa pubblica con i tool per fare data journalism, il tentativo di Timu nel trovare una strada affidabile (perchè se siamo in Orwell ad Atene come ha detto Rodotà diventa sempre più difficile) per fare fact checking e creare un civic media, le rassegne stampa di Cruciani (che non amo molto) e Zucconi che dal vivo fanno più effetto, il panel sul giornalismo musicale dopo MySpace con diversi spunti interessanti (se Twitter funziona in Usa possibile che Facebook non serva e non sia ideale per promuovere gli artisti?);

– Davvero noioso il dibattito la Pavone sul futuro del talk show in tv perchè nonostante gli spunti di Antonio si è trasformato in un “Twitter in tv è meglio usarlo oppure no?”. Bello invece il dopo serata in cui Zoro ha proiettato alcune puntate di Tolleranza Zoro che avevo già visto ma molti probabilmente no a sentire le risate ed alcune domande (come quella sulla scelta delle soundtrack);

– @evgenymorozov è sopravvalutato e girare il mondo per vendere un giornaletto contro Steve Jobs (ma sostituiscilo con Pinco Pallino) a 7 euro dev’essere piuttosto triste oltre che inutile. E il fatto di aver deciso di cavalcare la sempre più diffusa #socialmediawallera e scrivere un libro collettivo insieme a Livia Iacolare e Kiro;

– Vuoi sapere chi è stato a creare inconsapevolmente (a suo dire) il disastroso #copiaeincrozza? L’autore televisivo Federico Taddia lo svela durante il panel Ridere 2.0 (che poi grazie ai video è stato forse quello più divertente del festival);

– Saltellando da una sala all’altra mi sono perso la profezia del frate che “pronostica” il fallimento della stampa ma ho visto Formigli con i suoi genitori e Gilioli usare il passeggino in modo non convenzionale;

– Makkox durante Spaghetti Comics quando dice che “Gomorra in versione graphic journalism avrebbe avuto grande successo perché è un’esperienza personale“;

– Marco Patuano ha detto che tra 2 annetti potrebbe essere l’anno del mobile: da aggiungere alla lista delle profezie poi mancate?

Comunque Telecom in attesa di lanciare l’LTE ha fatto provare il 42.2 ad alcuni blogger ai quali ha anche donato un router con abbonamento della durata di 1 anno: dalle primissime prove che ho fatto grazie al modello che hanno dato a Kiro (io purtroppo avevo altri appuntamenti) non sembra niente male;

– Non dovete preoccuparvi del #datajournalism: se avete una storia da raccontare diventa semplice come imparare la chitarra e suonare. Inoltre come ha detto Bill Liao per amplificare il potere dei netizen abbiamo bisogno di giovani e bravi programmatori.

– Ha ragione Raffaella Menichini che è stato un festival senza giornali (di carta ma non solo). E quindi cade a fagiuolo la frase di Wadah Khanfar: “Il futuro del giornalismo è il Narrowcasting: la costruzione personalizzata delle notizie da seguire“;

– Senza cappello nessuno mi riconosce, da una parte è un vantaggio da un’altra una rottura presentarsi ogni volta: presto cambierò foto. Dopo anni ho visto per la prima volta di persona Massimo MantelliniMarco Massarotto (e il suo staff, grazie per la compagnia e la cena!), Antonio PavoliniBiccio (complimenti per il lavoro che ha fatto con la web tv!), Arianna Ciccone (che forse non mi ha riconosciuto ma sul suo iPad dovrebbe esserci una mia stupida foto), Alessandro Gilioli, Dino Amenduni e tanti altri (se non siete in lista non ve la prendete ma ho una pessima memoria con i nomi!) ma non ho avuto modo e tempo di scambiare neanche due chiacchiere. Zio Bonino invece l’ho vissuto – come dicono a Roma – e se conosco qualche parola in cuneese è merito suo. Kiro invece è stata una piacevole e interessante persona e compagnia insieme al quale ho condiviso gran parte del festival;

– L’impegno e la passione degli organizzatori del Festival e di tutti i volontari ai quali faccio i miei più sentiti complimenti.

La minigonna di Internet

Se su Internet una donna esprime le proprie opinioni vengono viste e valutate diversamente rispetto ad un uomo? Bel pezzo della giornalista Laurie Penny tradotto su Internazionale:

Se vogliamo costruire uno spazio veramente equo e vitale per il dibattito politico e gli scambi sociali, online e off­line, non basta lasciar cadere nel vuoto le molestie subite da donne, omosessuali, trans­gender e persone di colore che osano avere delle opinioni. Libertà di espressione significa essere liberi di usare la tecnologia e partecipare alla vita pubblica senza paura di ritorsioni. E se le uniche persone che possono farlo sono maschi bianchi eterosessuali, internet non è così libera come ci piacerebbe credere.

I giornalisti sono aggregatori

Tempo e attenzione. Aggregare nell’accezione positiva del termine, nel riportare, far riemergere e approfondire ciò che le persone dicono. I giornalisti sono sempre stati aggregatori, non produttori di contenuti ma quindi di “senso”.
Ed è proprio nella ricerca e nel ping pong dell’informazione che si creano storie. Un po’ come fanno già strumenti come Storify e come sono certo faranno molti giornalisti attraverso la futura YouTube TV che con i loro Live da tutto il mondo aggregaranno divani, case, menti e necessità a volte comuni e condivise come nel caso delle radiazioni sociali.

Foto: http://breannschossow.tumblr.com/