Questo è il paese che non amo: la scomparsa dei progressisti, il caso Eluana Englaro

Antonio Pascale ha scritto “Questo è il paese che non amo”, un libro che pare analizzi in maniera cruda l’attuale situazione della nostra Italia. Devo ancora leggerlo ma ho ascoltato Pascale in un incontro alla libreria Feltrinelli. Perchè vi parlo di lui? Non solo perchè oggi è il 25 Aprile.

Antonio, che è un mio concittadino ma ormai vive da un’altra parte, ha da sempre idee e pensieri originali che costituiscono spesso una visione delle cose simile alla mia. Tutti ci lamentiamo continuamente (a ragion veduta, certo, ma è come un cane che si morde la coda) di questo paese, dei suoi mali cronici, i difetti inspiegabili ma raramente troviamo un barlume di luce sul perchè l’Italia vada a rotoli. Ci crogoliamo in una burrosa decadenza.

Secondo Pascale il caso Eluana Englaro è stato un evento sintomatico della crisi sociale, intellettuale italiana e politica che attraversa soprattutto questi ultimi anni e che, secondo Antonio, ha avuto la peggiore espressione più in Bettino Craxi che in Silvio Berlusconi.
Un punto di vista interessante che spero di leggere al più presto e che si unisce alla terribile scomparsa dei progressisti da questa società:

La ricerca dell’identità potrebbe essere una cosa saggia a patto che si tenga conto che questa è fortunatamente mutevole, altrimenti vivremmo in un mondo determinato, saremo vittime di un eccesso di condizione o di una presunta vocazione. Non esistono prodotti tipici, come non esistono i Celti, e il dialetto, la lingua, gli strumenti culturali non sono mai oggetti tradizionali, dunque immutabili. Si muovono, si fermano, si lasciano contaminare.

E’ un albero della vita, la nostra vita. Per scalarlo, sistemarlo, ci vogliono a volte i progressisti, quelle persone cioè, che hanno il gusto dell’analisi e della misura e non prendono sul serio affermazioni come “io rappresento Trastevere” e non per odio verso i trasteverini, ma perché sono convinti che sia sbagliato partire da un modello nostalgico, così idealizzato e perso nel lontano passato. Bisogna essere all’altezza dei tempi, una cosa impegnativa, confrontarsi con la mutevolezza. Da progressisti appunto

Sono scomparsi dall’avere una chiara funzione sociale anche gli illuministi e gli antropologi i quali si sono, chissà quanto consapevolmente, mitizzati e commercializzati quindi sdoganati definitivamente.
E, visto che oggi è il giorno della liberazione, potrebbe diffondersi soltanto quel melenso sapere nostalgico che rende davvero vecchio questo paese:

Il sapere nostalgico, invece, presuppone che tutto quello che è accaduto nel passato ha valore, tutto ciò che è presente è corrotto. Il passato diventa un motivo di forza e di vanto solo per un equivoco. Lo si idealizza. Lo si rende perfetto, lo si fa rimare con parole magiche, tipo, quando i contadini vivevano in armonia con la natura (chi l’ha detto, Susanna Tamaro sul Corriere della Sera o Carlo Petrini su Repubblica?) il mondo era più sano. La modernità e i suoi perversi influssi stanno rovinando quell’armonia. Peccato che questa moda del sapere nostalgico si stia diffondendo.

Pasolini parlava della forza del passato contro l’omologazione della modernità. Qua mi sembra che il passato abbia vinto eccome, rappresenti lo status quo. Perché quando poi dai grandi temi passi alle cose concrete, quando invece di parlare di contadini in armonia con la natura, vai, per esempio, nel Tavoliere delle Puglie e analizzi, a proposito di prodotti tipici, la situazione del nostro grano tenero o duro, bhè, la mitica questione cambia aspetto.

Pascale è convinto che sia necessario e doveroso restituire ed applicare una precisa metodologia che unita alle competenze potrebbe mettere in moto un processo critico costruttivo che coinvolga la politica, l’imprenditoria, gli intellettuali. E’ troppo facile però, caro Antonio, dire che solo la cultura (e la scuola) può cambiare le cose in questa Italia. Serve una proposta – lasciatemi passare questo odioso termine – concreta e progressista. Bisogna solo trovarla – insieme – e non più – contro.