Gli aggregatori e i blog nei giornali funzionano?

Qualche anno fa mi colpì un dato su Google News: metà degli utenti guardavano le news senza cliccarci sopra. Un bel tema da affrontare al prossimo Festival del Giornalismo potrebbe essere quello di ripensare a questo modello.

Patrick B. Pexton ieri racconta le vicende di BlogPost, una sezione del Washington Post che consiste in un blog che segue le notizie più popolari in Rete, sia quelle nazionali che internazionali cavalcando i trend del momento.

Il blog doveva raggiungere da 1 a 2 milioni di visite ma non ci è mai riuscito. La media di post pubblicati al giorno è stata di circa 6 e la signora Flock, l’unica a curare questa sezione, ha ricevuto di recente delle note negative perchè ha preso delle grosse cantonate con due articoli che erano scritti male e non erano veritieri. Il Washington Post ha delle linee guida editoriali precise e richiede ai propri blogger un elevato grado di qualità affinchè le seguano e non si occupino di essere sul pezzo o attirare traffico ma di pubblicare notizie precise (almeno è quanto dichiarano pubblicamente).

Negli anni molti degli aggregatori che avevo nei bookmark del mio browser sono morti, scomparsi, sepolti un po’ da Google, un po’ dall’informazione liquida. Digg e Reddit se la cavano a malapena mentre sono interessanti esperimenti come Muck Rack che evidenzia gli argomenti più caldi discussi dai giornalisti che hanno un profilo su Twitter.

Sono 3 infatti i livelli principali e più diffusi nell’aggregazione delle news:

– Raccogliere le storie che hanno più successo su di un argomento e segnalare i link ai lettori;
– Riconfezionare le notizie prendendole da diverse fonti riscrivendole e corredandole di link e fonti cercando anche di “curarle” al meglio;
– La peggiore, molto vicina alla prima, è il totale furto di articoli, notizie, citazioni o approfondimenti senza citare la fonte dalla quale viene presa.

E’ plausibile e utile che Repubblica, Corriere, Il Fatto Quotidiano e gli altri inseriscano al loro interno servizi come Liquida? A che serve coltivare un gruppo di blogger affinchè scrivano se poi lo fanno male? Traffico e introiti pubblicitari non sono tutto.

Il problema dei lettori resta sempre quello: mettere ordine nell’information overload decidendo dove, come e perchè diventare prosumer. Penso ad esempio all’arrivo dell’Huffington Post in Italia (voci dicono che lo dirigerà Lilli Gruber…) e al vecchio e inutile scontro tra blogger e giornalisti “digitali” che potrà creare delle zuffe divertenti e irritanti.
Servizi come Zite, Storify, Wavii, Etalia (son curioso di scoprirlo) forse ci aiuteranno a creare canali personalizzati, a fare ordine tra le informazioni ma poichè abbiamo imparato che le notizie partono, nascono, si diffondono e vivono attraverso i social media, Facebook, Twitter o Google+ che siano, sarà sempre più difficile e complicato distinguere quelle buone da quella cattive.