Settembre al Borgo e la cultura dell’emergenza

Torno a scrivere anche se il blog è ancora un cantiere aperto per una questione che riguarda la mia città Caserta e la storica rassegna Settembre al Borgo (al suo 43 esimo anno) che si tiene al suo borgo medievale, Casertavecchia.
Questo festival stava per scomparire ed è stato appena salvato in extremis mettendo su 7 giorni di concerti alla modica cifra di 400 mila euro (300 provenienti da fondi + 100 da privati) e ponendo l’accento sul carattere “social” (facetofest) quando non ha nulla di tutto ciò (il sito è una immagine statica e la vecchia pagina Facebook https://www.facebook.com/settembrealborgocaserta è stata cancellata in favore dell’uso di un profilo, lascio a voi ogni commento).
Questi soldi che erano destinati al turismo non potevano essere spesi in tutt’altro modo (ripristinare ad esempio la rassegna Percorsi di Luce, potenziare itinerari turistici, lanciare un contest dedicato alla promozione internazionale del territorio, etc)?

Settembre al Borgo com’era stata progettato fino a qualche anno fa era un festival teatrale abbastanza riconosciuto e ben architettato, con una direzione artistica intelligente che guardava sia al territorio che al dare un carattere internazionale alla manifestazione. Ricordo ancora quando mi consentì di fare una bella esperienza con personalità e competenze straordinarie come quelle della Paolo Grassi.

Ha però sempre peccato per l’incapacità dei vari attori di farlo diventare un vero attrattore turistico e di porre delle basi solide affinchè si costruisse una programmazione per gli anni a seguire con un modello che permettesse al festival di essere sostenibile.
La mancanza di queste caratteristiche però appartiene a molti eventi che in Italia spesso si fregiano dell’appellativo culturale ma che appartengono a quel male diffuso che identifica in concertini e piazze come l’unico luogo della produzione culturale, una sorta di fabbrica warholiana che serve per autocelebrarsi e per strappare qualche biglietto scontato a km zero.

L’industria culturale ha bisogno di strategie di sostegno alternative ed intelligenti con una fusione tra pubblico e privato innovativa (si è fermi ancora agli sponsor), con la costituzione di distretti e network dedicati alle imprese creative. E’ questa la strada che hanno intrapreso molti Paesi all’estero.

Si è invece ricorso alla cultura dell’emergenza, del “le priorità sono altre” oppure del “salviamo il salvabile”, la perdita dei fondi UE (dall’Europa continuano ad avvisarci sull’uso dei fondi) invece che portarci ad una riflessione sulle nostre incapacità nella spesa e nella progettazione ci ha reso golosi e presuntuosi. Ci si è divisi tra tifosi: da una parte quelli del “con la cultura non si mangia” e dall’altra i fan del “se ci fosse più cultura saremmo ricchi” (come dire “ci vuole più famiglia” suggeriva Guzzanti nei panni di padre Gabrielli in Boris).

In mezzo il turismo, anima in cerca di salvezza e speranza ma che rischia di coltivare tifoserie identiche. Se cultura è rompere gli schemi, innovare, avere la capacità di raccontare un territorio con l’arte e la passione, coinvolgere i viaggiatori, allora Settembre al Borgo è lontanissimo da questa idea.
Ci sono festival dedicati al teatro come Mercantia a Certaldo o il Teatro della Tosse ad Apricale e tanti altri che si tengono in piccoli borghi (senza scomodare il Festival di Avignone) ma riescono a creare una atmosfera ed un flusso turistico che va oltre a dei grandi nomi stampati su di un cartellone. E con molti soldi in meno (al Sud il volume d’affari degli spettacoli dal vivo è solo il 14% del totale italiano).

Provate a visitare Casertavecchia o Caserta e troverete il deserto, nessuna offerta turistica o proposta che venga incontro al viaggiatore che incautamente cerca di dirigersi dalla famosa Reggia al centro storico (ci sono alcune strade che gridano vergogna, provate a girare per via Sant’Antida): sceglierà totalmente a caso una delle tante strade (l’ho visto fare non so quante volte) per fare un veloce giro. E non riuscirà a trovare nessuna indicazione utile nemmeno allo Iat (perchè magari sarà chiuso o sprovvisto di brochure).

L’economia della creatività costa decisamente meno che un festival come il Settembre al Borgo ma produce di più, cultura, denaro e la soddisfazione di vedere un Borgo pieno di italiani e soprattutto stranieri a caccia di una emozione.

Author: Dario Salvelli

Growth Hacker, Digital Marketing expert. I work as the Global Social Media Manager of Automobili Lamborghini. Contact me