I pilastri del Social Commerce

Dopo quasi 10 anni di Markets are conversations (i Mercati sono Conversazioni) la psicologia del social commerce si è evoluta con 6 regole che mettono al centro della vendita di un prodotto le persone e non più la tecnologia, uno strumento che certamente gioca una parte importante del processo d’acquisto. I comportamenti diventano quindi fondamentali per fare social shopping e si snodano attraverso una social proof (prova sociale), una authority, una scarcity, un like, una consistency e una reciprocity.

In sostanza fare social commerce in termini di impresa vuol dire occuparsi a diversi livelli di Buyers community (GDGT.com), Group buying (Groupon, LetsBonus), Purchase sharing (JustBoughtIt), Curation (Pinterest, Searcheeze, Storify), Social advice (Fashism) e Co-shopping (Shop Together).

Fred Cavazza ha individuato su Forbes sei pilastri per il social commerce che rappresentano più o meno molte delle startup che sono state create o sono in via di sviluppo grazie all’innovativa fusione tra social media, ecommerce e CRM.
Le fondamenta del social commerce secondo Cavazza sono Visibility, Reputation, Proximity, Contextualization, Recommendation, Customer care. Attraverso questi pilastri si muove l’ecommerce moderno e sono questi i processi che ci invitano all’acquisto.

Il 2011 è stato l’anno dei flash deals che hanno spinto il social commerce con delle previsioni che vedono questo settore raggiungere i 30 miliardi di dollari in 5 anni. Cosa succederà nel 2012 se le persone sono ancora restie a comprare sui social media ed a lasciare la carta di credito su Facebook e Twitter?

Le tre C della Camorra

E’ bastato cambiare il prefetto di Caserta e sono arrivate le commissioni d’accesso ad alcuni comuni di Gomorra: Casal di Principe, Casapesenna, Castel Volturno, le tre C della camorra avranno tutte uno o più commissari e proabilmente presto verranno coinvolti anche altri paesi come San Cipriano e Villa Literno.

Si è scoperto ciò che tutti sapevano ovvero un forte legame ed una collusione profonda tra politica e camorra come abbiamo discusso quasi un mese fa nell’incontro di Libere Conversazioni a Teatro (il cui video finirà presto online) parlando tra gli altri di Nicola Cosentino.

Ora sarà fondamentale ripulire una parte del tessuto sociale che ha eletto questi rappresentanti ed ha permesso, favorito e avallato che i centri di potere si focalizzassero attorno a personaggi corrotti, politici e camorristi, favorendo e coltivando l’illegalità in quei territori. E sarà importante anche ascoltare con attenzione le richieste di cittadini onesti e di comitati come il coordinamento per il Riscatto affinchè si comprenda veramente chi è dalle parte della giusto perchè vuole il bene di quei comuni perchè escano dall’ingnoranza ed entrino in una consapevole fase di legalità e progresso.

Leggere il vocabolario della camorra di Alessandro Pecoraro può servirci come una delle guide attraverso le quali comprendere le dinamiche che hanno portato la politica e i cittadini a confondere e mischiare la criminalità organizzata con lo Stato che è stato per troppo assente, colpevole di essere autore dell’alfabeto della camorra con queste tre C insieme ad altre lettere declamato per anni davanti agli occhi di tutti.

Il visual storytelling e journalism secondo Francesco Franchi

Francesco Franchi: On Visual Storytelling and New Languages in Journalism from Gestalten on Vimeo.

Francesco Franchi probabilmente è tra i maggiori designer di infografiche italiani ed è art director a Il Sole 24 Ore. In questo video spiega la sua visione del visual storytelling e del visual journalism, le mappe dell’informazione che troviamo sempre più spesso protagoniste dei giornali.

Web Revolution: la primavera della Tunisia

Web Revolution sono degli appunti per un libro sulla primavera araba che sto scrivendo, un tentativo di capire se il Web ha avuto veramente un ruolo in quei Paesi e come. Ho chiesto a Fabio Merone, sociologo italiano che in Tunisia fa parte degli osservatori italiani, di raccontarmi come si è evoluta la situazione tunisina e questo è un suo primo articolo che ha scritto più di 1 mese fa.

Ci avviciniamo alla commemorazione dell’inizio dello scoppio dell’Intifada tunisina il 17 dicembre 2010. Una data scolpita per sempre nella storia del mondo arabo; in un paese, la Tunisia, cosi’ vicino all’Italia e all’Europa. Ad un anno da questi avvenimenti che tanto entusiasmo avevano generato nella coscienza dei popoli arabi, l’atmosfera é decisamente cambiata.

Gli avvenimenti della Tunisia si saldano in meno di un mese con l’uscita di scena del dittatore: una scossa che fa tremare l’dificio delle dittature della regione: per questo senz’altro ci si é affrettati a definire questi avvenimenti “rivoluzionari”.
Tuttavia chi fossero i rivoluzionari e quale progetto politico avessero, é una problematica che é stata messa al centro del dibattito fintantoché piu’ di uno ha messo in discussione la tesi che di vere rivoluzioni si trattasse (soprattutto durante gli sviluppi della crisi libica). Quando l’onda della primavera araba é arrivata a Damasco sono nate adddirittura le teorie del complotto: l’occidente veniva chiamato in questione ed Al Jazeera, una volta simbolo del nazionalismo arabo, accusata di strumento di esecuzione di un piano americano-quatarino mirato all’egemonia occidentale nella regione.
La questione la si puo’ leggere tuttavia da un’altra angolazione. Se il processo di trasformazione in atto della regione non fosse altro che il completamento del progetto di edificazione dello stato moderno nell’area arabo-musulmana?
Visto da questa prospettiva risulta piu’ accettabile una lettura degli avvenimenti che integri al suo interno gli aspetti di continuita’ e quelli di rottura. Appare inoltre piu’ chiara la comprensione dell’emersione del fenomeno islamista e della strategia di Washington di sostenere l’emersione di partiti politici moderati di ispirazione islamica, sulla base del modello turco. Continue reading Web Revolution: la primavera della Tunisia

Kwangmyong e la libertà della Rete

Poichè si è parlato tanto di censura su Twitter (e di attacchi alla libertà della rete tra ACTA, SOPA, chiusure di servizi come Megavideo/Megaupload e Btjunkie), Marco Ciaffone in un bel post spiega com’è messa Internet e l’informazione in Corea del Nord parlando di Kwangmyong e dell’effetto che può avere una rete chiusa e controllata:

Non esistono in generale media indipendenti in Corea del Nord, tutta l’informazione è controllata dalla giunta militare al potere, ma Internet ha una particolarità: avendo attivato un dominio di primo livello “.kp” solo nell’ottobre 2010, i server sui quali si basa la Nordcorea sono per lo più in Cina, Giappone, Germania e perfino Texas, comprese le pagine www.korea- dpr.com (pagina Web della Corea del Nord) e www.kcna.co.jp (la home page della Korean Central News Agency).

Molti cittadini stanno guadagnando un libero accesso a Internet tramite le reti mobili che si appoggiano a server cinesi (quindi in realtà Internet libero fino ad un certo punto, diciamo che si va dalla brace alla padella) e che vengono attivate su dispositivi comprati al mercato nero. Dal maggio 2004 è infatti vigente nel paese il divieto della telefonia mobile. Alla fine di maggio 2011 partiva a Pyongyang la messa a punto di tre diversi modelli di computer e device mobili interamente costruiti nel paese (o almeno passati al vaglio del regime prima della messa in commercio); un altro tassello nell’autarchia digitale perseguita dal defunto “Caro Leader”.

C’è anche un fattore economico dietro la quasi nulla diffusione di Internet nella parte nord della penisola coreana: pc, corsi di alfabetizzazione digitale e connessioni sono incredibilmente costose per i sudditi del regime, e c’è da credere che sia esso stesso a far sì che le tariffe restino così alte. Pertanto, sebbene l’articolo 67 della Costituzione socialista garantisce la libertà di parola e di stampa, non vi è alcuna possibilità di scardinare il dominio dello Stato sull’accesso ad Internet come su qualunque manifestazione del diritto di espressione. Un piccolo spiraglio si aprì nell’estate 2010, quando il governo decise di aprire un proprio account su Twitter e Youtube; i contenuti finora caricati sono ovviamente soltanto propaganda di regime e accuse agli oppositori (repubblica del Sud inclusa) ma insieme all’imminente passaggio di consegne al vertice dello stato questo dato potrebbe innescare un certo rinnovamento.

Volunia

Non ho provato Volunia ma la presentazione è stata sicuramente un flop non soltanto per i problemi tecnici (per far funzionare un proiettore ed un ppt non ci vuole un ingegnere): Massimo Marchiori fa una presentazione da seduto ed in italiano, ci mette quasi 1 ora per spiegare un motore di ricerca che doveva essere semplice e intuitivo. Qui pubblicheranno il video.

Marchiori se ne è uscito fuori con alcune chicche che ho raccolto su Twitter dove in pratica dice che Volunia non è nulla di che, non è il motore semantico che tutti si aspettavano. Un seppuku digitale

Volunia consente di fare una anteprima dei risultati di ricerca con una mappa dei siti trovati e inserisce una innovativa toolbar da usare per esercitare il lato “seek and meet”: io non so quanti di voi visitano il sito della NASA e mentre lo fanno non vedono l’ora di chiacchierare con altri visitatori di shuttle e moduli aereospaziali ma se Volunia consente di fare questo allora lasciamo perdere le definizioni “anti Google”.

Qual è la vita media di un post su Facebook?

Facebook è ancora il social che porta più traffico di tutti ed è in costante crescita con un impatto sull’economia difficile da verificare e probabilmente non da considerare come una manna dal cielo. Qual è allora la vita media di un post su Facebook?

Edgerank Checker ha analizzato più di 30 mila post pubblicati da 500 pagine di Facebook: quando l’engadgment del post scende sotto il 10% allora quel contenuto è definitivamente morto. Un utile indicatore per capire cosa funziona e soprattutto quando pubblicare un nuovo post perchè quelli vecchi non vengono più letti e non appaiono più sul News Feed degli utenti. Si evince che se c’è un post che continua ad avere successo è meglio non pubblicarne uno nuovo perchè si potrebbe ridurre l’engadgment di entrambi.

Secondo l’analisi la vita media di un post su Facebook è di 3 ore e 7 minuti e la durata del post varia da un massimo di 10 ore a 15 minuti. Questo perchè più è alto l’EdgeRank più i post occupano per più tempo il News Feed: per aumentarlo è possibile fare i modo che tanti facciano Share in modo che la vita di quel post duri a lungo e si riproduca.

Se su Facebook è facile cannibalizzare i contenuti data l’alta mole e il sistema di news che difficilmente consente di scoprire contenuti che non sono freschi, su Twitter un tweet ha una vita media decisamente più lunga. E’ questa la differenza sostanziale tra Facebook e Twitter?