Codice Internet: dammi una stringa e ti dirò chi sei

Lo short-movie Privacy di Andrea Vascellari

We can segment it all the way down to one person

A proposito della boutade riguardo i 100 milioni di profili di Facebook diffusi via torrent (già liberamente “catturabili” attraverso le API pubbliche) è interessante valutare il business che produce questo continuo monitorare e spiare i consumatori su Internet. Non si tracciano più gli utenti solo per offrire una pubblicità contestuale e personalizzata ma queste decine di pezzi di codice installati sui siti web (anche su Wikipedia) conservano l’accesso dal quale ti colleghi, cosa compri, se sei ammalato, quale commento hai pubblicato e su che sito, quali sono i tuoi film preferiti.

In questo modo viene creato un profilo ben preciso senza l’utilizzo del tiranno Facebook che consiste in una stringa codificata del tipo 4c812db292272995e5416a323e79bd37 , una sorta di codice Internet (qualsiasi citazione è puramente casuale) dove ognuno di noi diventa un numeretto identificato se non dalle coordinate anagrafiche da dati comunque sensibili e personali. Ed è ben più pericoloso che sui circuiti peer to peer finiscano queste stringhe che qualche informazione che hai deciso di rendere pubblica su Facebook.
Il consiglio come al solito è di testare il tuo browser per capire se puoi navigare anonimamente ed in sicurezza.

[UPDATE]

– Lo stesso WSJ ha pubblicato una What they know, una inchiesta su cookie, beacon presenti nei siti web.

L’iPhone non è un diritto

Questi fanatici hanno fatto una notte bianca in attesa del nuovo iPhone 4 per essere primi in una lunga coda neanche fossero tutti disoccupati senza lavoro e senza casa.
Il caldo fa davvero male ragazzi, sveglia: cercate di essere così attivi e determinati quando andate a votare o si fanno riforme di merda, protestate per i vostri diritti, per avere una connessione Internet migliore e non per riuscire a ottenere l’ultimo iPhone difettato.

Che agosto amaro…

Denigrare

E’ lo sport più praticato nella nazione Italia, viene subito prima del calcio. Si può praticare a mezzo stampa, usando il Web ed i social network più “evoluti” (come Facebook, Twitter, lo sconosciuto Friendfeed), attraverso il cellulare e perfino tra i tavolini di un lounge bar ma solo se ha il wi-fi. Chi gioca all’attacco lo fa in pubblico, chi crede di difendersi in privato.

Le due tattiche, seppure in apparenza distinte, portano a far si che ogni partita finisca 0-0: il “bello” dello sport Denigrare è che i tifosi sono contenti così, a loro basta che si pareggi ovvero si perda tutti ed in tutte le partite. Puoi giocare a Denigrare sia d’estate tra gli ombrelloni della spiaggia che d’inverno nello chalet di montagna.
Tra i praticanti di questo sport ci sono diverse categorie di audaci della Domenica: dai politici ai cantastorie de borgata, dalle casalinghe agli operai, dai cosiddetti “blogger” ai giornalisti, dai commercialisti agli impiegati di settore.

Se vuoi essere bravo a giocare a Denigrare devi avere alcune caratteristiche tra le quali: la puzza sotto il naso, uno spiccato senso di acidità, un elevato tasso di cazzimma (termine tecnico usato dai coach che indica una particolare dote nel denigrare l’avversario senza pietà), un preciso gancio menefreghista, un SUV, un amore scarico.

Un requiem per l’Università italiana?

Mentre tutti, tra studenti ed in parte professori e ricercatori, sono in vacanza, ieri al Senato è passata la riforma Gelmini. Tra tagli e controtagli, che si spera servano a far risparmiare più che a devastare l’università, qualcosa di buono c’è se si considererà sempre più il merito quale metro di giudizio assoluto.

Con la riforma rischiano però di sparire diverse facoltà e molti atenei. Nei mesi scorsi ci sono già state delle debole proteste soprattutto da parte dei ricercatori: nella lotta ai baroni infatti costringere tutti ad andare in pensione prima per allontanare i professori anziani di oggi penalizza soprattutto i giovani ricercatori.
E l’autonomia delle Università? Il problema dell’Italia al solito è la corruzione: se fosse limitata ogni ateneo potrebbe avere una sua autonomia gestionale nelle risorse umane (quindi decidere assunzioni, promozioni e rimozioni senza lunghi concorsi pubblici) che unito ad un criterio trasparente e meritocratico nella distribuzione dei soldi pubblici potrebbe far ripartire le Università e mettere in circolo un meccanismo virtuoso per il quale “sopravviverebbero” automaticamente soltanto gli atenei migliori.

La riforma passa alla Camera dove spero venga discussa a lungo. Teniamo gli occhi aperti, l’Università è il futuro di un Paese.