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I migliori video che ho trovato online

Alice in Wonderland

In attesa di guardare il nuovo film, questa sopra è la prima versione della storia di “Alice in Wonderland” girata nel 1903, 37 anni dopo che Lewis Carroll scrisse il famoso racconto. Questa è la settimana della versione di Tim Burton e se sarà un successo ci sono già parodie che spiegano il segreto di Burton.

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La morte dei contenuti generati dagli utenti

Brutti tempi per Google finito sotto indagine per la prima volta dall’Unione Europea.
In talia non è che vada poi tanto bene: l’era della condivisione, del tanto osannato “web 2.0″ fatto di pulsantini “share” e “reblog” sparisce davanti la sentenza del giudice italiano che ha condannato alcuni dirigenti di Google per il video di YouTube del bambino down. Da leggere il parere di Vidi Down che ha portato avanti la causa.

Il caso riguardava Google Video e risale al 2006, il processo è cominciato ad inizio 2009: ne hanno già parlato Stefano, Luca e Guido secondo cui il problema non è il rapporto tra diritto d’impresa e privacy ma sul principio “secondo il quale l’intermediario risponde dei contenuti immessi in rete dagli utenti, la Rete che conosciamo è condannata all’estinzione.”

E’ d’accordo con Guido anche Google che sul suo blog espande il caso anche ad altri siti tra i quali community e social network che non dovrebbero nemmeno esistere se venisse seguita la linea di ragionamento della sentenza emessa dal giudice Oscar Magi:

But we are deeply troubled by this conviction for another equally important reason. It attacks the very principles of freedom on which the Internet is built. Common sense dictates that only the person who films and uploads a video to a hosting platform could take the steps necessary to protect the privacy and obtain the consent of the people they are filming. European Union law was drafted specifically to give hosting providers a safe harbor from liability so long as they remove illegal content once they are notified of its existence. The belief, rightly in our opinion, was that a notice and take down regime of this kind would help creativity flourish and support free speech while protecting personal privacy. If that principle is swept aside and sites like Blogger, YouTube and indeed every social network and any community bulletin board, are held responsible for vetting every single piece of content that is uploaded to them — every piece of text, every photo, every file, every video — then the Web as we know it will cease to exist, and many of the economic, social, political and technological benefits it brings could disappear.

La discussione e la soluzione finora è rimasta aperta con un punto interrogativo in evaso. Come dicevo già qualche anno fa il problema è sempre quello: chi controlla i contenuti su YouTube e nel Web?

[UPDATE]

– Voglio precisare il mio parere visto che tutto il mondo del web sta dando addosso all’Italia (ad esempio #italy oggi è trai trending topics di Twitter) ed al giudice (e si: che abbia un account su Facebook mi pare in questa faccenda irrilevante) quasi Google fosse un Dio intoccabile quando ci vorrebbe sempre rispetto per le sentenze e la magistratura, di qualsiasi paese sia. Insomma dire che Google is Evil o ancora che in Italia le nuove tecnologie sono ferme al tempo degli antichi romani mi pare esagerato e poco costruttivo.

Mi tocca citare di nuovo Stefano Quintarelli. Il mio pensiero infatti è simile a questo suo commento:

Siamo sicuri sicuri sicuri che YT avesse fatto tutto a norma ? (senza vedere le carte)
Se io apro un ufficio in USA e gestisco un web per il mercato USA e non metto i contatti per la DMCA (Digital Millenium Copyright Act), come previsto dalla legge, e se qualcuno usa il mio sito per piratare, cosa mi succede ?
questo e’ sufficiente per dire che negli USA e’ a rischio la comunicazione su Internet o ancora che e’ vietata la commercializzazione di contenuti ?
o forse, sbarcando in un paese e non adeguandomi alle norme, avrei io mancato il rispetto ad una legge del paese ?
possiamo giudicare senza conoscere i fatti ?
solo perche’ un giudice parla di Internet, deve per forza sbagliare ?

In fondo ha ragione Gaspar quando si chiede: se posto materiale protetto da copyright su YouTube, mi blocca subito; se invece metto episodi di bullismo, aspetta una eventuale segnalazione.
O in casi come questo addirittura un processo. Non credo fosse voluto, seppure il video si riferisce al lontano 2006, ciò che guasta il meccanismo di YouTube è la smania nel voler monetizzare il proprio servizio. E se il prossimo assetato di dollari fosse Facebook o Twitter?

C’era una volta la videochiamata

Qualche tempo fa il Time ha scritto un articolo sull’insuccesso della videochiamata su Skype: solo il 34% delle telefonate usano il video. Ho chiesto ad Emanuele Colli, Online BG Lead di Microsoft, alcuni dati su Windows Live Messenger, che sempre più spesso i media considerano come il principe delle videocall.
In Italia la media giornaliera di chi usa le videochiamate su Windows Live Messenger è del 6% degli utenti (a Gennaio 2010 circa il 6.3%) mentre le chiamate vocali (solo audio) corrispondono al 2.3% degli utenti italiani.

E’ anche vero che il business dei device che promettevano videochiamate ad alta definizione non è mai maturato ed esploso perchè pensiamo a questa tecnologia al massimo ci viene in mente un fei belliffima. Non è detta però l’ultima parola.

Uno dei motivi per i quali Skype ha spinto verso Skyecandy, una sorta di social network che invoglia proprio ad utilizzare la videochiamata come strumento di socializzazione tra persone che non si conoscono ed hanno a malapena un profilo, è proprio quello di rilanciare la videochiamata. E’ proprio quest’ultimo aspetto sta stimolando un processo di vomito delle relazioni sociali, sempre più numerose ed invasive, alla ricerca di identità che non sono collegate in alcun modo con la nostra.
D’altronde il successo mondiale di Chatroulette, un servizio minimale realizzato da un diciassettenne per utenti di ogni età, ha evidenziato una tendenza opposta a quella delle reti sociali piene di profili e preferenze che descrivono anche chi siamo, chi vorremmo essere.

Quando la chat di Facebook aggiungerà la funzione di videochiamata (magari inizialmente o con un certo limite in versione premium) oppure Google Voice e Gizmo saranno uno strumento solo, avremo una svolta in questo mercato?

Come fare video virali usando YouTube

Probabilmente il titolo del post è fuorviante ma riguarda sempre il rapporto tra YouTube e gli utenti ma questa volta all’interno dell’industria musicale.

Antefatto:

1) la band OK GO molto famosa per i clip dei suoi brani fa un videoclip molto divertente del suo ultimo singolo ma la EMI proibisce l’embed di YouTube, non si può incorporare il video sui siti web.

2) A seguito di tantissime proteste la band è costretta a chiedere scusa attraverso il forum ufficiale del gruppo e rilascia il codice per integrare il videoclip finalmente disponibile poi giorni dopo anche all’embed.

Il leader della band Damian Kulash Jr. ha scritto un articolo sul New York Timess parlando dell’intera faccenda e discutendo sul significato di video virale: è partito da un videoclip simile lanciato sempre da OK Go nel 2006 che grazie al passaparola ed alla possibilità di embed fu un successo.
Le case discografiche, golose di questa nuova opportunità, iniziano a chiedere a YouTube soldi sulla trasmissione dei propri contenuti che potrebbero essere monetizzati. YouTube è d’accordo ma decide di pagare soltanto quando i video sono guardati attraverso il suo servizio.
EMI e le altre quindi decidono di togliere l’embed ai videoclip perchè altrimenti non generebbero revenue. Questo ha portato a dei pessimi numeri in termini di visualizzazioni dei video passate dai 10 mila al giorno ai 1000 con un guadagno irrisorio di circa 5400$. Secondo Kulash non si può usare solo YouTube come fonte primaria ma bisogna aprirsi a più siti possibili:

Viral content doesn’t spread just from primary sources like YouTube or Flickr. Blogs, Web sites and video aggregators serve as cultural curators, daily collecting the items that will interest their audiences the most. By ignoring the power of these tastemakers, our record company is cutting off its nose to spite its face.
It needs to recognize the basic mechanics of the Internet. Curbing the viral spread of videos isn’t benefiting the company’s bottom line, or the music it’s there to support

I numeri di YouTube ed il suo rapporto con i blog

YouTube è il servizio più giovane ed anche per questo meritevole d’attenzione.
Da Luglio a Dicembre 2009 Sysomos ha analizzato 2.5 milioni di video di YouTube compresi quelli inseriti o linkati dai blog e ne ha tratto un report sul rapporto tra YouTube e la blogosfera.
Alcuni risultati del report sono utili e degni di nota perchè ci spiegano gli interessi e certe dinamiche sia degli utenti di YouTube che di chi legge e scrive i blog.

Riassumo alcuni risultati traducendoli in italiano:

– La Musica è la categorie più popolare con il 31% di tutti i video analizzati seguito dal 15% di Intrattenimento, 11% Persone e Blog. Non c’è una chiara correlazione tra i voti dei video di YouTube ed il numero di visualizzazioni: i filmati con un rating di 4 o 5 di solito hanno views più alte che quelli dalle 2 alle 3 stelle. Spesso infatti i video più visti su YouTube rappresentano gli interessi di un gruppo di invidui che non appartiene alla massa.

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– La lunghezza media dei video di YouTube presenti sui blog è di 4 minuti e 12 secondi e per la categoria News e Politica sale fino a 5 minuti 19 secondi. Quest’ultimi sono anche i filmati più commentati, il 14% in più dello Sport al secondo posto nella scala delle discussioni più attive.

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– La media delle visualizzazioni per video analizzata è stata di 99 mila 160. Non male.

– I blog con un’autorità bassa e media linkano video di Musica ed Intrattenimento mentre i blogger che hanno una certa autorevolezza includono più spesso link a filmati di News e Politica. I blogger del Nord America linkano più video di News e Politica con un forte interesse per l’health care, il global warming e le tematiche politiche degli Usa.

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– I blogger dai 20 ai 35 anni sono i più attivi nell’embeddare e linkare i video nei loro post raggiungendo circa il 57% in questa categoria demografica.

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