Blogger che non lo erano

Prendo in prestito il famoso titolo della rubrica di Luca Sofri per segnalare che Amina era ed è una bufala, pare che l’identità sia misteriosa, che la foto non fosse quella e la sua storia un bel po’ diversa. Tutta fiction: Amina si chiamerebbe Tom MacMaster.

Facebook, i blog e la Rete non sono ancora in grado di svelare facilmente i fake e trincerarsi dietro ad un computer può essere paradossalmente sempre più facile perchè la mole di dati ormai è immensa. Per quello che vale la penso ancora come per il caso di Alice:

Se c’è una cosa che ho imparato dalla Rete è quella che tutto è possibile perchè abitata da persone e quindi emozionale. Alcuni atteggiamenti arrivano dal grembo, dalla pancia, come se Alice fosse davanti a noi e spazzi via qualsiasi diffidenza. Non dico che questo sia negativo o positivo, se in tanti non avessero condiviso il suo blog probabilmente Alice sarebbe rimasta l’idea di un burlone che si crede un genio del marketing. Il Social Web amplifica e attenua a suo insindacabile giudizio: il problema sorge quando, in un caso o nell’altro, la massa sceglie il segnale sbagliato da inviare alla cassa dei media tradizionali che spesso non vedono l’ora di mettersi in cortocircuito con Internet.

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La lista di Alice

Dopo Amina è il turno di Alice: ha 15 anni, una sorella, vive a Ulverston nel Regno Unito ed è malata di cancro terminale. Ha aperto il blog Alice’s Bucket List nel quale documenterà i suoi ultimi desideri, le cose che vuole fare finchè sarà in vita. Non scrive perchè vuole soldi ma come tutte le adolescenti degli anni ’90 Alice vorrebbe incontrare i Take That. Continue reading “La lista di Alice”

L’era del Social Media Advertising

La maggior parte delle aziende dell’indice Fortune 50 nasconde i media sociali. La strada verso il ROI dei social media però forse non è poi così lunga se il social media advertising riuscirà ad esplodere.
Ci sono tre figure essenziali per fare social media advertising: un Facebook specialist, un content specialist ed un listening specialist. Probabilmente sono quelli che progetteranno il banner sociale, che renderanno usabile e gradevole il banner mini-sito.

Inglesismi e nomi nuovi che definiscono dinamiche ormai già vecchie ma che entrano a far parte di uno scenario più complesso quale quello delle persone e delle loro relazioni. E quindi probabilmente non avrai bisogno di assumerle perchè come dice James Kotecki: social media is your job.

Consulenti che promettono risultati facendoti annusare una polverina magica fatta di business e strumenti segreti? Lasciali perdere, scappa! Dal momento che offri un prodotto o un servizio occuparti dei social media fa già parte del tuo lavoro perchè è una conversazione con i tuoi clienti e le persone alle quali vuoi rivolgerti. Un esempio è il lavoro che ha fatto Alessio Bertallot con la sua trasmissione RaiTunes.

Se vuoi consultare un professionista perchè non hai tempo o hai bisogno di una strategia affidati alla persona giusta che risponda a questo requisito: “The best social media consultants help you define your goals, show you the tools to get there, and work with you every step of the way“.

Aziende su Facebook: ai ragazzi non interessano

E ora chi glielo dice al responsabile marketing che aveva già preparato il piano media con tanto di ROI? Secondo una ricerca di 3 teenager su 4 che sono attivi online e si collegano su Facebook solo il 6% è interessato a interagire con aziende e brand su Facebook. Il 16% si aspetta di usare i social media per interagire con i marchi mentre il 28% dei ragazzi vorrebbe che le aziende ascoltassero e rispondessero alle loro richieste. (Pier Luca mi segnala il link allo studio completo).

Un altro dato arriva da Techaisle secondo cui su 406 aziende americane tra 1 e 99 dipendenti il 70% ha intenzione di usare i social network come strumento “promozionale” mentre il 45% non sa come i media sociali possano essere utili. Solo il 68% delle PMI in Usa crede che Facebook e altri social network contribuiscano a monetizzare (il 34% delle aziende usa LinkedIn). Se c’è molto da fare negli Stati Uniti figuriamoci in Italia…

Dei 19 milioni di profili attivi in italia circa 13 milioni accedono a Facebook almeno una volta al giorno e quasi 7 milioni di utenti ha un età superiore ai 35 anni. C’è quindi un target di utenti dai 18 ai 35 di circa 12 milioni: quanti di questi sono interessati a conversare veramente con brand e aziende su Facebook? Vale davvero la pena traghettare le PMI verso questi strumenti? Diffidate da chi vi risponde con certezza di si.

Foto: http://www.flickr.com/photos/dynamicmarketing/4037604511/

Facebook è il social network più diffuso: il forum il migliore

E quindi Facebook non è necessariamente il migliore social network. Almeno per le aziende. Lo sostiene una ricerca della University of Massachusetts Dartmouth Center for Marketing Research:

Almost three-quarters (71%) of companies in the Inc. 500 used Facebook in 2010, up from 61% the previous year, so it’s certainly an avenue being explored. In contrast, 59% used Twitter and half used blogging.
The platform most familiar to the 2010 Inc. 500 is Facebook with 87% of respondents claiming to be “very familiar” with it. Another noteworthy statistic around familiarity is Twitter’s amazing “share of mind” with 71% percent (up from 62% in 2009) reporting being familiar with the relatively new micro blogging and social networking site. Forty-four percent say Facebook is the single most effective social networking platform they use.

Good, old-fashioned, message boards were seen as the social media tool with which businesses have had the most success in 2010 (93%). A third of the companies involved in the research used message boards in 2010.
Facebook was successfully used by 85% of respondents, a marked improvement on 2009’s 54%, but still trailing behind podcasting (89%), blogging (88%), and Twitter (81%).

Che cosa usano ancora molto le aziende? I message boards! Insomma i forum sono ancora i social network migliori.

Google Hotpot: unire localizzazione e raccomandazione

Google non ha bisogno di fare il suo Facebook e per questo probabilmente sta lavorando in due direzioni. La prima è accellerare per aumentare il database di aziende che può indicizzare usando contemporaneamente la geolocalizzazione e il sistema di raccomandazioni e review (vedi l’apertura di Boutiques.com) che non avviene seguendo il concetto di amici stretti di Facebook: gli utenti che votano e si geolocalizzano hanno in comune tra di loro un follow sul Google Profile o l’utilizzo di un servizio di Google.

Dall’altra parte intende aumentare e affermare la sua autorevolezza (su Google trovate sicuramente ciò che fa per voi senza alcuna alterazione della realtà, no campagne di social media marketing) e cercare di tenere il passo con Facebook: se le aziende scelgono sempre di più il social network per dialogare con gli utenti, Google ha bisogno di fornire sia alle company che ai loro clienti un luogo per entrare in contatto in qualche modo, che sia un sistema di rating nello stile di Yelp oppure un located based network come Foursquare.

Ed è per questo motivo che sta cominciando a pensare più “local” che “glocal” potenziando Google Maps e Street View infarcendoli con più servizi e opportunità.
Tra tutti l’annuncio di Google Hotpot bisogna vederlo proprio in questo senso, nell’unione tra la geolocalizzazione e le strategie di brand awareness: se i risultati di Hotpot finissero su Google a me non stupirebbe che presto ristoranti e hotel comincino a osservarlo come strumento di promozione e allo stesso tempo monitoraggio. Chissà che di Hotpot non se ne parli durante questo BTO.